(Foto di Agazzi)
ITALIA. Un uomo solo al comando, nel bene e nel male la storia della Lega è sempre stata questa.
Lettura 2 min.Nata intorno a un leader indiscusso come Umberto Bossi, proseguita poi nelle fasi successive sempre con una guida chiara. Al senatùr, travolto nel 2012 dai casi Belsito e Trota (al secolo il figlio Renzo), era seguito un altro pezzo di storia del Carroccio, Roberto Maroni: il primo «lumbard» a mettere piede in quella «sancta sanctorum» del potere romano che è il Viminale.
E ci è pure tornato, cosa che ora vorrebbe fare il suo successore Matteo Salvini alle prese con un partito (del movimento resta oggettivamente poco) che rischia l’implosione e un’emorragia inarrestabile di consensi. La crisi è qui, dentro un Nord che non si sente più adeguatamente rappresentato da una Lega sempre più confusa. Certo, c’è l’iter dell’autonomia che faticosamente procede e il Carroccio è nato per questo, ma nell’attuale contesto che lo vede minoranza in un centrodestra di governo dove le redini le tira Fratelli d’Italia (non proprio autonomista per definizione...) resta sempre più difficile mettere a fuoco la questione finanziaria, i «dané» come dicono a Milano. In sintesi, la coperta è quella che è, corta, e far quadrare i conti è sempre più difficile. In un Paese che comunque federale non lo è ancora, e probabilmente non lo sarà mai per davvero.
Con Bossi passato da padre fondatore a padre nobile e messo sullo sfondo fino alla sua scomparsa, la Lega si è sempre mossa tra due estremi politici ora più che mai sostanziali perché è qui che si trova l’essenza dell’attuale mal di pancia. Tutto in due slogan: il maroniano «Prima il Nord» e il salviniano «Prima gli italiani». In mezzo ci sta il crollo dei consensi di una Lega che ha perso inevitabilmente radici e identità, oltre che un pezzo non indifferente della base e quindi voti. Per capire qualche malumore interno va sottolineato anche questo aspetto: qualche big sa già che nel 2027 non verrà ricandidato e che comunque l’attuale consenso non sarà sufficiente per il ritorno a Roma, a meno di non essere nella cerchia di provata fede salviniana e quindi blindato.
Sullo sfondo, ma nemmeno tanto, la questione lombarda, da sempre centrale nelle dinamiche leghiste. Fino al 2030 il Veneto è blindato, ma se l’anno prossimo si vota per le Politiche, quello successivo sarà il turno del Pirellone e non è un mistero che FdI punti al bersaglio grosso. Con chi è ancora tutto da vedere, ma l’obiettivo è palese e poggia su un consenso che fa dei meloniani da tempo il primo partito (anche) in regione. Per il Carroccio, che ha sempre e solo avuto guide lombarde e mai rapporti sfacili con i vicini veneti (il primo storico strappo fu tra Bossi e Franco Rocchetta), potrebbe essere un colpo mortale perdere la guida del Pirellone. L’aveva fortemente voluta proprio Maroni ( strappandola letteralmente a Formigoni e soprattutto ai formigoniani...) nel 2013 come primo passo del rilancio di quelle politiche nordiste ancora tanto care alle oltre 300 persone - e a tanti elettori e militanti - che lunedì sera hanno riempito l’auditorium di Alzano Lombardo, città che storicamente ospitava la Bèrghem Fest, appuntamento appena sotto Pontida per la base leghista.
C’è chi spera nel confronto tra i governatori e Salvini in programma oggi e chi invoca una guida collegiale di un movimento che però storicamente ha sempre visto un uomo solo al comando. Da 13 anni è quel Salvini che non più tardi dell’anno scorso non ha nemmeno trovato un rivale al congresso federale, ma che vede scendere sempre più il consenso e anche il peso politico in una coalizione che attende con una certa preoccupazione l’onda d’urto d’ultradestra di un Vannacci sdoganato proprio dal segretario leghista che l’aveva fortemente voluto alle Europee. L’aveva voluto anche sul palco a Pontida l’anno scorso, ai piedi di quel pratone dove si sono celebrati trionfi e drammi del Carroccio.E dove un asso del palco come era Bossi è sempre uscito dall’angolo alzando la posta in gioco e pure i toni se necessario. Cosa farà Salvini il 20 settembre davanti a un popolo leghista con tante domande e pochissime certezze?
© RIPRODUZIONE RISERVATA