Maturità tra confini, assenze e padri nobili
ITALIA. Ogni anno, quando escono le tracce della Maturità, si ripete un rito nazionale che assomiglia a una seduta spiritica. Gli studenti cercano di evocare gli autori studiati, i professori controllano se il ministero abbia avuto pietà, i giornali decretano vincitori e sconfitti e il Paese intero scopre improvvisamente di avere un’opinione fortissima persino su Cesare Pavese poeta.
Lettura 2 min.Quest’anno la sorpresa ha un nome che fino a ieri avrebbe provocato in molte classi la stessa reazione di un remoto zio di provincia: Giuseppe Saragat. Migliaia di diciottenni, seduti davanti al foglio protocollo, si sono chiesti chi fosse. E forse è già una buona notizia. Perché se la scuola serve a qualcosa, serve anche a questo: a far incontrare persone e idee che non frequentano TikTok.
La traccia dedicata al discorso pronunciato da Saragat all’Assemblea Costituente nel giugno del 1946 ha il pregio di riportare al centro la Costituzione, cioè quel testo che tutti dichiarano di amare ma che pochi leggono davvero. In un’epoca nella quale il dibattito pubblico si consuma tra slogan di dieci parole e indignazioni a scadenza rapida, ricordare agli studenti il momento in cui nasceva la Repubblica italiana è quasi un gesto rivoluzionario.
Naturalmente non mancheranno i commentatori pronti a osservare che i ragazzi non sapevano chi fosse Saragat. È vero. Ma sarebbe molto più preoccupante il contrario: un Paese nel quale gli studenti conoscono a memoria influencer e cantanti ma ignorano i protagonisti della storia repubblicana ha bisogno non di meno Saragat, ma di più Saragat, eroe della Resistenza, protagonista tra l’altro di una clamorosa evasione dopo che era stato condannato a morte dai nazifascisti e poi Presidente della Repubblica. Un padre della Patria in piena regola.
Forse il ministero ha scelto di non inseguire l’attualità. Oppure ha pensato che il futuro possa aspettare qualche anno
Più curiosa appare invece un’altra scelta ministeriale. Da mesi si dava per scontato che l’ospite d’onore della Maturità sarebbe stata l’Intelligenza Artificiale. Era la candidata naturale. Se ne parla ovunque. Scrive articoli, compone poesie, corregge compiti, risponde alle domande e talvolta sembra perfino più paziente degli esseri umani. E invece niente. La grande assente delle tracce è proprio lei. Una strana assenza. Come se nel 1969 si fosse parlato di tutto tranne che della Luna o nel 1982 non si dicesse nulla sulla vittoria italiana al Mundial. L’Intelligenza Artificiale è il tema che più di ogni altro accompagnerà questi ragazzi nella vita adulta. Eppure è rimasta fuori dalla porta dell’esame.
Forse il ministero ha scelto di non inseguire l’attualità. Oppure ha pensato che il futuro possa aspettare qualche anno. Resta il fatto che molti studenti si aspettavano di confrontarsi con la rivoluzione tecnologica che sta già modificando il lavoro, la conoscenza, la creatività e perfino il modo di pensare. Hanno dovuto ripiegare sul cimento di alzarsi all’alba e mettersi a lavorare, come scrive Mario Calabresi, che dice di essersi confrontato coi maturandi prima di scrivere il suo libro.
Tra le tracce, poi, spicca quella dedicata ai confini attraverso il saggio di Frank Furedi. Qui il discorso si fa più complicato. Perché parlare di confini significa inevitabilmente camminare sulle uova. È una posizione che ha trovato molti sostenitori, ma anche numerosi critici. Perché il rischio è evidente: quando si parla di confini si finisce facilmente per parlare di esclusione. Quando si esaltano le identità si rischia di dimenticare le contaminazioni che hanno costruito la storia europea. Per questo la scelta ministeriale appare affascinante ma anche un po’ ambigua. Da una parte invita a riflettere sul rapporto tra identità e appartenenza. Dall’altra sembra intercettare un clima politico nel quale la parola «confine» è diventata una specie di mantra. E, diciamolo, aleggia nell’aria una certa ossessione nazionale per il ripristino delle frontiere, delle identità perdute, delle patrie smarrite. Viene in mente un generale recentemente sceso in campo. Minato.
Ma forse il senso più autentico della Maturità resta un altro. Non è tanto la scelta degli autori quanto il tentativo di costringere i ragazzi a fermarsi per qualche ora a riflettere. Su Pavese e sulla memoria. Su Brancati e sul tempo. Sulla Costituzione e sulla Repubblica. Sui confini e sulle libertà. In un mondo che corre, che scrolla e che dimentica, forse il vero esame di maturità consiste ancora nel prendersi il lusso di pensare. Anche quando il nome di Saragat compare all’improvviso su un foglio ministeriale e costringe mezzo Paese a cercarlo su Google.
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