Movimenti centristi, due motivi per il flop

ITALIA. Da quando lo spettro di un sostanziale pareggio elettorale dei due poli ha iniziato a materializzarsi nei sondaggi, è tutto un fiorire di manovre e auto candidature nella cosiddetta «area di centro», sia all’interno che all’esterno delle coalizioni.

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La logica matematica è semplice: in un sistema bipolare bloccato sul pareggio, anche una manciata di voti può costituire un valore aggiunto decisivo per far vincere una coalizione. Se non fosse che la frammentazione odierna rischia di produrre più caos che consenso. Al di fuori dei poli, l’area si è arricchita con l’arrivo al fianco di Carlo Calenda di Luigi Marattin, ex esponente di spicco di Italia Viva, e di Pina Picerno, in uscita polemica dal Pd. Il loro intento è di dar vita a un Terzo Polo che conquisti una propria centralità autonoma capace di scardinare quello che ritengono sia non un bipolarismo ma un bipopulismo.

La partita interna a Forza Italia

Sul fronte del centrodestra, invece, la partita si gioca tutta dentro Forza Italia. Qui i Berluscones hanno preso saldamente la guida dei gruppi parlamentari. L’obiettivo politico è imprimere una svolta nettamente più liberale ed europeista al partito, marcando la differenza con gli alleati sovranisti della Lega e di FdI, in modo di intercettare quel voto moderato che non si riconosce nelle derive destrorse. L’iniziativa del partito di Tajani può forse espandere il campo del centrodestra. Quel che è certo, suscita seri problemi: tensioni con la Lega e un rigetto della new entry della destra, il Futuro Nazionale di Vannacci. È tutto da vedere, insomma, se alla fine il saldo per la coalizione sarà positivo.

Il dinamismo maggiore si registra comunque nel «campo largo». Matteo Renzi si dà un gran daffare per accreditarsi come il costruttore della Casa dei riformisti. Per il momento, però, zero risultati concreti. Pesano i veti incrociati nella stessa area centrista e certe diffidenze mai sopite. Conte non si è dimenticato dello sfratto da Palazzo Chigi inflittogli dal guastafeste Renzi.

Parallelamente, gli stessi riformisti rimasti nel Pd sono scesi in trincea, nel tentativo un po’ disperato di salvaguardare le posizioni e la loro stessa identità in un centrosinistra troppo sbilanciato a loro avviso a sinistra. In questo scenario di fluidità estrema, è diventata folta la lista, oltre che dei politici interessati al progetto centrista (tra questi il radicale Riccardo Magi di +Europa e Vincenzo Spadafora, ex ministro 5 Stelle), dei potenziali «federatori», figure civiche o tecniche fattesi avanti per unire i mille rivoli del moderatismo. Parliamo di Ernesto Maria Ruffini, ex direttore dell’Agenzia delle Entrate, uomo delle istituzioni, visto come garante di competenza e rigore fiscale. Vengono poi alcuni politici locali, come Enzo Marano (assessore al Comune di Napoli) e Alessandro Onorato (assessore al Comune di Roma), che intendono portare in dote al campo largo il pragmatismo degli amministratori locali e il contatto con i territori. Dietro le quinte è infine pronta ad irrompere sul palcoscenico Silvia Salis, l’ex atleta e dirigente sportiva, figura trasversale e pop, considerata da molti la candidata ideale, come volto fresco di una proposta moderata e moderna.

I movimenti centristi faranno flop?

Davanti a questo iperattivismo, sorge spontaneo un dubbio. Può darsi che alla fine di questo lungo e logorante percorso si debba registrare un finale shakespeariano: tanto rumore per nulla? I motivi per cui questa grande ebollizione centrista potrebbe risolversi in un flop sono essenzialmente due. Da un lato, la polarizzazione dello scontro potrebbe spingere l’elettorato al voto utile, permettendo a uno dei due schieramenti principali di prevalere nettamente. Si renderebbe di fatto inutile il peso dei piccoli raggruppamenti. Dall’altro, il rischio che l’elettorato non premi le formazioni di centro, percepite spesso come nomenclature autoreferenziali, più interessate ai destini dei propri leader che ai reali bisogni del Paese. Resta da capire se il centro sarà il vero pivot della prossima legislatura o solo l’ennesima illusione ottica della politica italiana.

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