Russia, voto di guerra, tra plebiscito e censure

MONDO. Si fa parecchia fatica a definire l’appuntamento per il rinnovo della Duma federale in Russia. Tanti sono gli aspetti particolari di tale evento. Analiticamente proviamo ad elencarne alcuni.

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Non vi sono osservatori indipendenti negli oltre 90mila seggi distesi sugli 11 fusi orari; l’unica formazione pacifista, Yabloko, è stata prima registrata poi cancellata dal voto, così come successo ai candidati troppo «scomodi» per il potere. Ammessi alla consultazione sono solo i partiti della pseudo «opposizione» filo governativa. Nelle ultime settimane clamorose sono state le disavventure dei politici non in li nea con il potere. La sorte peggiore è toccata al vice presidente di Yabloko, Lev Shlosberg, che ha subito una condanna a 11 anni di galera per aver diffuso fake sul conflitto in Ucraina.

Di fatto campagna elettorale non ve n’è stata. Troppo era il timore che qualcosa di pericoloso potesse uscire dalle bocche dei candidati. Ma non solo: la consultazione rischiava di trasformarsi in un referendum sulla pace. Nelle strade delle grandi città pochissimi erano i volontari che distribuivano volantini. A Mosca colpiva la pubblicità del «voto online», disseminata ovunque nei pressi degli uffici pubblici. Sorprendente era anche vedere come la gente - sebbene sia stufa e impaurita da quanto sta avvenendo - tenesse il più rigido silenzio sulla «politica» nei suoi discorsi in pubblico. I mass media, comunque come sempre «bombardano» la popolazione con i loro continui messaggi tambureggianti (voto «per la Patria») e restano sotto vigile controllo del Cremlino. Il quadro fin qui descritto aiuta i lettori a farsi un’idea di cosa sia l’appuntamento del 18-20 settembre, in attesa del plebiscito per il «leader nazionale», e a darne una definizione a seconda della propria sensibilità.

Aggiungiamo qui, ora, altri elementi. Le opposizioni, riparate all’estero, parlano di «show elettorale», «esibizione», «farsa». Quindi, cosa fare? Come al solito le composite opposizioni hanno dispensato i consigli più diversi e disperati ai propri elettori. Alcuni hanno invitato a recarsi lo stesso alle urne e a votare per i meno peggio che non fossero candidati del partito del Cremlino, «Russia Unita». Altri hanno spinto per il boicottaggio totale, anche perché «l’importante è chi conta le schede elettorali (lasciamo perdere il voto online...) non come abbia votato il popolo».

A che serve, evidenziano alcuni giovani, votare per il rinnovo di un’istituzione che, negli anni, è stata svuotata delle sue funzioni e non è più un centro nevralgico del potere?

A questo punto è cruciale una riflessione. Lasciando da parte le più fantasiose giustificazioni di qualche sfacciato, vi piacerebbero elezioni di questo tipo in cui non si apre bocca? Questo è il modello elettorale del putinismo, miglioratosi dopo il 2012, assestando - volta dopo volta - uno stretto giro di vite al sistema. Nei fatti tale deriva ha provocato la tragedia russo-ucraina che ha causato milioni tra morti e feriti, distruzioni a non finire, milioni di sfollati.

Adesso la seconda riflessione. A che serve, evidenziano alcuni giovani, votare per il rinnovo di un’istituzione che, negli anni, è stata svuotata delle sue funzioni e non è più un centro nevralgico del potere? In Russia, con il «sistema verticale» imposto da Putin, è uno solo che decide. Questa persona siede al Cremlino. Una terza riflessione, se è permessa: per i dissenzienti dal potere, i dissidenti, oggi nella Russia putiniana è ancora peggio che in epoca comunista. Allora sulle schede elettorali restava la possibilità di votare «contro tutti». L’attuale Amministrazione del Cremlino si è premunita di cancellarla. Un bel viaggetto verso Est agli «euroscettici» nostrani non guasterebbe affatto.

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