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ITALIA. Spaccature che mettono in ulteriore difficoltà una Commissione che è molto più fragile della precedente.
Lettura 2 min.Siamo ai ferri corti con la Spagna: Giorgia Meloni versus Pedro Sanchez, sovranisti contro socialisti. Era da tempo che non si leggevano frasi così dure ed esplicite nei comunicati istituzionali di due governi europei, «amici» e partner della stessa Unione. Sanchez lancia arroganti ultimatum all’Italia e avverte che se non smantelliamo entro domani i controlli per chi viene dalla Spagna «ci saranno conseguenze»; Meloni risponde per le rime, con lo stesso muso duro, proclamando che «l’Italia non accetta ultimatum» e che i controlli alle frontiere rimarranno almeno fino a Ferragosto, anche perché si rincorrono le voci - e ormai è praticamente certo - di un’ulteriore ondata a Ceuta di migranti marocchini entro quella data.
E negli stessi comunicati della Moncloa e di Palazzo Chigi sono sferrate due sciabolate tutte politiche. La prima è di parte spagnola: «Agite così per interesse elettorale». La seconda è italiana: «E voi alimentate i canali dell’immigrazione clandestina perché volete manodopera a basso costo». Naturalmente è tutto vero. E cioè. Gli interessi elettorali sono di entrambi: in vista delle elezioni politiche nel prossimo anno, sia Meloni che Sanchez hanno solo da guadagnare radicalizzando la loro posizione sull’emigrazione, rigorista l’una, aperturista l’altra, ognuno solleticando gli umori del proprio elettorato di riferimento. Sia la Spagna socialista che l’Italia destrorsa mirano a diventare i capofila dei due fronti che si scontrano in Europa e neanche troppo paradossalmente questo scontro così insolitamente aspro fa comodo ad entrambi. A Sanchez perché gli scandali lo inseguono fin dentro la sua famiglia e mettono a rischio il risultato elettorale della prossima estate. A Meloni che, pur non avendo lo stesso timore, epperò ha un nemico alla sua destra, l’ex generale Vannacci, pronto a rosicchiare voti a FdI in nome della «vera destra» tutto muscoli e gagliardetti. Quanto alla manodopera a basso costo, è noto a tutti che il «boom» economico spagnolo di questi anni (il Pil nel 2026 è al 2,7% e l’anno prossimo rallenterà sotto il 2%, percentuali che noi ci sogniamo) è dato sì da linee politiche di investimenti molto azzeccati ma anche dal fatto che una gran massa di lavoratori a bassi salari consente alle imprese iberiche una competitività molto forte. Però è pur vero che anche l’Italia ha, soprattutto nelle sue campagne del Sud, ma anche in tante imprese piccole e piccolissime, gente irregolare che lavora con stipendi al di sotto della media nazionale, già bassa.
Insomma lanciarsi queste accuse fa venire a galla la vera ragione di questo scontro che è di natura elettorale e politica, ossia di ciascuno per la sua bottega. Però il duello rischia di far del male all’Unione in quanto tale proprio perché le differenze politiche sui migranti - e lo abbiamo visto nelle ultime votazioni in materia al Parlamento europeo - più si radicalizzano più aprono solchi politici tra partner che di sicuro non aiutano la cooperazione, proprio in un momento in cui serve unità per affrontare i tanti nemici e le tante minacce che insidiano la Ue.
Spaccature che mettono in ulteriore difficoltà una Commissione che è molto più fragile della precedente che seppe affrontare con efficacia la pandemia e potè varare il Green Deal e il programma del Next Generation. Servirebbe a dirimere il confronto italo-spagnolo un colpo di timone da parte del vecchio motore franco-tedesco, peccato che sia Macron che Merz sono ogni giorno più deboli e alle prese con i propri problemi elettorali, ossia l’insorgere di una maggioranza di una estrema destra molto più simile a Vannacci che a Giorgia Meloni.
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