Scuola per tutti e propaganda

ITALIA. Ma davvero sono i burqa in classe e gli studenti stranieri che non sanno l’italiano i problemi più urgenti della scuola italiana? Davvero serve un iter lampo per porre un freno all’«islamizzazione» e alle «classi ghetto»?.

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La premier Giorgia Meloni ha anticipato a Fenix, la festa di Gioventù Nazionale, i contenuti di un provvedimento al quale il ministro dell’Istruzione Giuseppe Valditara sta lavorando da qualche settimana e che sarà approvato dal prossimo Consiglio dei ministri. Si tratta di dare forza di legge a una circolare ministeriale introdotta nel 2010, che già impone per ciascuna classe il limite del 30% di studenti stranieri che non conoscono la lingua italiana. Verrà inoltre introdotto il divieto di mascheramento, senza la possibilità di deroghe per motivi religiosi, facendo riferimento a una legge dello Stato che già lo vieta dal 1975 (legge Reale). Nulla di rivoluzionario, dunque, anzi, nulla di nuovo, in effetti. Una legge che va a ribadire e rafforzare altri dispositivi, forse con più forza coercitiva (evidentemente senza troppa preoccupazione per la ridondanza normativa).

Gli studenti stranieri in Italia

Ma allora perché tutto questo rumore? Perché questi toni da crociata? In attesa di avere dati da fonti più accreditate (a parte gli annunci, il governo non ha comunicato altro), fondazione Ismu e il sito Skuola.net analizzano gli ultimi dati disponibili (anno scolastico 2022/23) e ci spiegano che gli studenti di origine non italiana sono 914.860, l’11,2% della popolazione scolastica complessiva. Le scuole (di ogni ordine e grado) che superano la soglia del 30% di presenze straniere in classe sono 4.223, il 7,9% del totale, soprattutto nell’Infanzia (9,5%). Di questi oltre 900mila ragazzi, due terzi, oltre 600mila, sono nati e cresciuti in Italia, parlano perfettamente italiano come lingua madre e sono stranieri solo perché nel nostro Paese non è in vigore lo ius soli e nemmeno lo ius scholae, ma lo ius sanguinis: se non sei figlio di un italiano, anche se nasci in Italia e fai tutte le scuole in Italia, la cittadinanza la puoi chiedere solo con la maggiore età.

Ai restanti 300mila, vanno tolti i cittadini comunitari (solo i romeni sono 149mila), perché i cittadini europei non possono rientrare in quote di sbarramento. Fatti due calcoli, resterebbero un migliaio le classi «fuori legge», mille su trecentomila. Nel dettaglio, lo 0,6% nella primaria, lo 0,2% nella scuola media e lo 0,8% alle superiori. Non proprio un’emergenza… Dove sono concentrate? Quasi tutte nelle grandi aree metropolitane del Nord, quasi sempre in quartieri dove la presenza di famiglie straniere è maggioritaria e dove è molto difficile, oltre che paradossale, che la scuola possa contribuire a calmierare una sperequazione sociale e geografica di cui è conseguenza, non certamente causa. Senza considerare l’ipotesi, irrealistica a detta dello stesso ministro, di costringere a spostamenti chilometrici studenti per il solo fatto che non conoscono l’italiano.

Fortunatamente, l’articolo 34 della Costituzione è ancora saldamente al suo posto, a sorvegliare il principio di universalità nell’accesso all’istruzione e a preservare una scuola finita, suo malgrado, nel tritacarne della propaganda elettorale. Ce n’era così bisogno? Concordiamo con il consiglio che la stessa premier, non senza una discreta dose di cinica autoironia, ha dato ai giovani di Fenix : «Non date automaticamente per buono nulla di quello che vedrete nei prossimi mesi, e particolarmente nulla di quello che vedrete negli ultimi giorni prima del voto». Se non ci fosse di mezzo il destino dei nostri ragazzi, si potrebbe anche sorriderne.

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