Se inizia a soffiare il venticello del voto
ITALIA. È successo poche volte nella storia della Repubblica che ad andare alle elezioni sia stato il governo che aveva inaugurato la legislatura. Senza arrivare a De Gasperi, l’alloro dei cinque anni se lo guadagnò Craxi e (in parte) Berlusconi.
Lettura 2 min.Adesso è facile prevedere che anche Giorgia Meloni, che già ha scalato le vette dei governi più longevi, ci porterà alle urne. Il problema è quando. Sta infatti spirando un venticello di elezioni anticipate rispetto al termine dell’autunno 2027, che è difficile ignorare. Tant’è vero che Meloni in persona ha fatto accelerare ai suoi la ripresentazione del testo di riforma della legge elettorale imponendo al Parlamento un tour-de-force che entro luglio dovrebbe portare al voto definito del Senato. In genere, quando si cambia la legge elettorale nell’ultimo tratto della legislatura, si va presto a votare con le nuove regole (vedi il Porcellum, il Rosatellum, ecc.). Certo, c’è sempre il Capo dello Stato che vigila e usa il suo semaforo per dirigere il traffico, però molte cose spingerebbero Meloni ad abbreviare la vita della legislatura: col voto finale sulla legge elettorale in luglio, si potrebbe votare già il prossimo autunno.
La legge è fatta apposta per mettere gli avversari in difficoltà perché prevede che la coalizione indichi nel programma il nome del candidato premier (Meloni è sola e indiscussa, Schlein e Conte devono duellare tra loro). Inoltre la soglia del 42 per cento dei voti per ottenere il premio di maggioranza e una blindatura del 55 per cento dei seggi tra Camera e Senato metterebbe il centrodestra al sicuro.
Il caro energia e la recessione
Cosa consiglierebbe l’accelerazione? Bisogna dire che la botta del referendum è stata in parte assorbita dal buon risultato delle amministrative a Venezia e a Reggio Calabria, se non altro perché ha spento gli entusiasmi della sinistra che già si vedeva a Palazzo Chigi. Ma i tempi sono duri, la recessione è alle porte, il caro energia non si doma con i pannicelli caldi, la gente scontenta, magari perché vedrà il governo spendere più per i carri armati che per gli ospedali o le scuole, potrebbe voltare le spalle alla destra di governo, e non basterebbe il consenso degli imprenditori, ribadito con forza l’altro giorno all’assemblea di Confindustria, o la polemica contro l’Europa che non ci fa fare qualche debito in più. E poi nella coalizione si litiga troppo, dal referendum in poi ogni giorno ce n’è stata una: da ultimo l’ingresso dell’Ucraina nella Ue che è sostenuto con forza da Tajani in linea con il Ppe ed è osteggiata da tutto il partito filo-russo in Parlamento, quindi dalla Lega oltre che dal M5S: sull’argomento FdI temporeggia, prende tempo, dà ragione un po’ all’uno e un po’ all’altro.
I timori per Vannacci
Non bisogna inoltre dimenticare che più passa il tempo più Vannacci si fa spazio a spese della Lega, e se gli si dà il tempo, il generale potrebbe diventare quasi indispensabile, e a Meloni uno spostamento così a destra della sua coalizione non converrebbe, tanto più se pensa di imbarcare Carlo Calenda, per esempio ricandidandolo a sindaco di Roma, e in generale raccogliere il voto moderato che a Venezia ha fatto vincere Simone Venturini, un ex giovane democristiano di Casini.
Insomma, molte ragioni sarebbero a favore di abbreviare i tempi. C’è però un ostacolo vero, la legge elettorale non piace innanzitutto agli alleati di FdI. Tanto per fare un esempio, cancellare i collegi uninominali significherebbe per una Lega già indebolita perdere tanti seggi. E poi c’è Tajani che reclama le preferenze che invece nel testo non sono previste… Insomma, anche per Giorgia Meloni non tutto è immediatamente possibile, e a qualcuno della sua coalizione potrebbe far comodo l’ostruzionismo che l’opposizione ha promesso.
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