Troppi segnali annunciano l’escalation

MONDO. Qualche giorno fa l’Ucraina ha ricordato (festeggiare non pare un termine utilizzabile, di questi tempi) il trentacinquesimo anniversario della propria indipendenza.

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L’orgoglio della gente era palese, il presidente Zelensky non indossava la solita maglietta verde militare ma una camicia della tradizione popolare. Dall’estero tre presenze importanti. Il fresco premier inglese Andy Burnham, che ha voluto andare a Kiev per il suo primo viaggio fuori dai confini e ha portato in dono la licenza per produrre in Ucraina i missili a lungo raggio Storm Shadow. Il presidente del Consiglio europeo Antonio Costa, che ha ribadito l’impegno Ue: altri 6,1 miliardi da spendere per la resistenza dai russi, dopo i 16 da poco elargiti. E in collegamento la Coalizione dei Volenterosi, che ha annunciato esercitazioni militari per ottobre.

Niente da dire, l’impegno a opporsi all’aggressione russa lo prevede. Ma se mettiamo gli eventi in prospettiva (considerando, per esempio, che ieri si è avuto il più lungo bombardamento russo di questa guerra) non possiamo sfuggire a un’amara constatazione. Abbiamo passato questi quattro anni e mezzo di guerra a sentir dire che bisognava evitare un’escalation ed eccoci qua in piena escalation, a fare i conti, forse per la prima volta seriamente, con la prospettiva di una guerra ancor più ampia, continentale.

I primi a sapere che certe parole non corrispondono ai fatti sono i civili. Il Consiglio di sicurezza dell’Onu ci avverte che luglio 2026 è stato il mese più mortale per i cittadini ucraini: quasi 1.400 morti e migliaia di feriti, nel pieno rispetto di un trend in crescita già dall’anno scorso, frutto di una guerra che ormai si combatte non solo contro le trincee del nemico ma anche contro le sue fabbriche, le centrali elettriche, i magazzini, le aziende, e quando capita anche gli autobus, i condomini, gli ospedali, le scuole e le spiagge. E la cosa non sembra colpire particolarmente chi osserva e commenta.

Ma non basta. L’esondazione del conflitto sembra alle porte anche in campo internazionale. A metà agosto Vladimir Putin, che un anno fa in quei giorni era ad Anchorage da Donald Trump, si è recato sull’isola di Sakhalin, nell’Estremo Oriente russo. Sembrava una trasferta come tante, il presidente che fa da ospite d’onore alle esercitazioni della Flotta del Pacifico. E invece… Prima Putin è sbarcato (la sua prima volta) sulle Isole Kurili, rivendicate dal Giappone al punto che i due Paesi non hanno mai firmato un vero trattato di pace dopo la seconda guerra mondiale. E da lì ha mandato un monito all’Europa: se altre navi russe verranno sequestrate, ha detto, risponderemo sequestrando navi del Paese colpevole. Aggiungendo: in qualunque mare. E ieri Maria Zakharova, portavoce del ministero degli Esteri russo, ha detto che se le armi britanniche prodotte sulla licenza concessa da Burnham colpiranno la Russia, Mosca «potrebbe colpire qualsiasi obiettivo militare britannico in Ucraina e al di fuori di essa».

Siamo arrivati su un confine, politico ma anche psicologico, che ci pare assai più pericoloso di altri di cui si parla più spesso, per esempio quel lembo di terra che divide Lituania e Polonia dall’exclave russa di Kaliningrad, da molti indicato come teatro di un possibile prossimo attacco russo. Qui la provocazione è più facile, anche l’errore umano è più possibile. Chi si prenderà la responsabilità di agire o reagire, sapendo di poter così innescare una spirale verso l’abisso? Ragionarci non vuol dire cambiare la storia o confondere l’aggressore con l’aggredito. Vuol dire però rendersi conto che, purtroppo, produrre nuove armi o versare denaro non è poi così difficile. Molto meno, in ogni caso, che produrre una buona idea per fermare questa e le altre guerre.

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