Dianella e il fuoco dentro nella Milano del Novecento
LA RECENSIONE. Ispirata dai ricordi della madre, Bosi ricostruisce uno spaccato della società lombarda del periodo: un affresco di coraggio che abbraccia tre generazioni.
Lettura 2 min.Milano è «la città vera» nel romanzo di Pamela Bosi «La ragazza della Stipel» (Piemme). Così la vede Dianella, una bambina di nove anni cresciuta a «Lodi Vecchio», in una casa di campagna, in cui non c’era ancora l’acqua corrente: una città che spalanca gli occhi e il cuore.
L’autrice, laureata in Lettere classiche all’Università degli Studi di Milano, appassionata di storia contemporanea e narrativa, insegnante, si ispira alla storia della madre, a cui ha dedicato questo romanzo. Ricorda infatti nei ringraziamenti che senza «i suoi ricordi, la sua voce», il libro non esisterebbe. Restituisce uno spaccato della società lombarda nel Novecento, con una lingua diretta e nitida, immergendosi nell’atmosfera di fermento e boom economico del secondo dopoguerra. Il padre della protagonista, Vittorio, lavora in cantiere, ma una volta tornato dalla guerra fatica a riprendere ritmi e abitudini quotidiane, beve troppo, si smarrisce. La possibilità del trasferimento a Milano e un nuovo impiego come tuttofare all’Istituto Autonomo Case Popolari aprono un nuovo orizzonte, per lui e per la sua famiglia.
Dianella ha imparato dalla madre a preferire un italiano corretto al dialetto. All’inizio i bambini in cortile, proprio per questo e per un suo naturale riserbo, la chiamano «principessa» e si approfittano della sua ingenuità. Lei però non si scoraggia. È arrivata a Milano con tante aspettative, in un luogo che aveva solo sognato e immaginato attraverso i racconti dei grandi e le fotografie sui giornali. È impressionata dai grandi condomini, tutti uguali, dalle comodità come il lavandino in casa, che le permette «di lavarsi le mani tutte le volte che vuole».
Un affresco familiare e sociale che abbraccia tre generazioni e si sofferma, con delicatezza, sulla condizione femminile e sull’impegno coraggioso per conquistare indipendenza, autonomia e il diritto di affermarsi
La domenica va in tram con la madre a guardare le vetrine dei negozi, ammirandone il luccichio, anche se non si può permettere di fare acquisti. La maestra la considera «quieta, eppure piena di fuoco» e tanto desiderosa di farsi strada. La sua famiglia, però, non ha i mezzi per farle proseguire gli studi. Le fa fare «le commerciali», immaginando poi di trovarle un impiego, e lei accetta, controvoglia. La svolta arriva quando viene assunta alla Stipel, Società Telefonica Interregionale Piemontese e Lombarda. Intanto frequenta ragioneria alle serali e la sua vita incomincia a correre. Molti anni dopo, con due figli ormai grandi, Dianella ritrova un diario della madre e in esso il filo che l’ha condotta per tanto tempo: «Trova qualcosa che sia solo tuo. Così non sarai mai in balia di nessuno».
Un affresco familiare e sociale che abbraccia tre generazioni e si sofferma, con delicatezza, sulla condizione femminile e sull’impegno coraggioso per conquistare indipendenza, autonomia e il diritto di affermarsi. Il racconto sceglie la via della fiducia e a tratti le difficoltà sembrano sciogliersi più in fretta di quanto la durezza dell’epoca farebbe pensare.
È una questione di tono, coerente con lo sguardo affettuoso della figlia che ricostruisce la storia della madre. In parallelo scorre la crescita di Milano, già pronta a incarnare un ruolo di primo piano. Alla fine si scopre che «le città crescono come le persone: fanno rumore quando cambiano pelle».
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