La Buona Domenica / Bergamo Città
Domenica 15 Febbraio 2026
«Convivo con la malattia da vent’anni, ma il dolore non ha l’ultima parola»
LA STORIA. Dal monastero delle clarisse alle stanze di ospedale. Suor Benedetta: «Quando ci penso trovo motivi di speranza».
C’è un silenzio quieto nel monastero delle suore clarisse di Boccaleone, entrando ci si trova immersi in un’atmosfera di pace profonda e contagiosa. Suor Benedetta ci accoglie nel parlatorio con un sorriso sereno. Da ventidue anni, ci racconta, convive con la malattia, in tante forme diverse. Eppure, questo non l’ha mai spinta ad arrendersi, non si sente «sfortunata» nonostante abbia avuto come ospiti sgraditi la sclerosi multipla e un tumore che si è ripresentato per ben quattro volte.
Suor Benedetta ha avuto la possibilità di ascoltarle e accompagnarle in un tratto del cammino, scambiando esperienze, cercando speranza anche in momenti drammatici
Lungo questo percorso, faticoso e accidentato, è come se la sua vocazione si fosse ramificata, germogliando in modi inaspettati nell’incontro con altre persone, a volte malate come lei, durante le visite, i ricoveri, le terapie. Ognuna con la sua storia, le difficoltà, i desideri: suor Benedetta ha avuto la possibilità di ascoltarle e accompagnarle in un tratto del cammino, scambiando esperienze, cercando speranza anche in momenti drammatici. Se il suo corpo è segnato, la malattia non le ha spento lo sguardo: i suoi occhi sono lì, sorridenti, sempre pronti a captare la bellezza in un raggio di sole che filtra dal chiostro o in un gesto scambiato con una consorella.
Il percorso spirituale
Era il 1988 quando suor Benedetta è entrata per la prima volta nel monastero di Boccaleone: aveva solo 21 anni. Già allora aveva provato una forte sensazione di familiarità per quella che poi è diventata la sua casa. La malattia ha bussato alla porta per la prima volta nel 2004: «Non camminavo più - racconta -, non muovevo né le gambe né le braccia. All’inizio mi sono spaventata molto, quei sintomi così allarmanti sono arrivati come un fulmine a ciel sereno. La diagnosi è stata fatta rapidamente e ho iniziato subito le terapie: mi ha confortato molto la reazione del corpo ai farmaci, che è stata rapida e inaspettata. Ho ripreso a camminare e, quasi quasi, perfino a correre».
«La malattia ha bussato alla porta per la prima volta nel 2004: «Non camminavo più - racconta -, non muovevo né le gambe né le braccia. All’inizio mi sono spaventata molto, quei sintomi così allarmanti sono arrivati come un fulmine a ciel sereno»
A restituirle la sua vita e la routine quotidiana è stato un farmaco sperimentale, somministrato ogni tre settimane poi dilazionato fino a un mese e mezzo. Ma nel 2013 è arrivato il primo tumore, emerso durante un controllo di routine: una massa di 15 centimetri alla parete toracica. «Mi hanno fatto le chemio - ricorda suor Benedetta - per ridurre le dimensioni di questa massa. Non mi hanno dato chissà quali speranze di vita: un anno, un paio al massimo. Eppure, sono ancora qui».
Operata nel 2014, e poi curata ancora con le radioterapie, «andava tutto bene, mi avevano detto che era tutto a posto, il tumore non c’era più». Suor Benedetta ha proseguito la sua vita nel monastero, con i suoi ritmi di preghiera e fraternità, e con i suoi compiti di economa della comunità. Ha acquistato nuove consapevolezze, come l’attenzione alle piccole cose quotidiane, quelle che la tengono ancorata al mondo: «Leggo il giornale tutti i giorni, seguo con attenzione le notizie. Mi interessa scoprire come evolvono e si costruiscono le cose. Mi interessa anche lo sport, mi informo sempre sulle partite dell’Atalanta».
La scelta della clausura
A portarla a una scelta di vita così radicale come la clausura è stato l’incontro con i frati minori a Monza, la sua città d’origine: «Mi hanno affascinato le vite di Francesco e di Chiara, così semplici e vicine al Vangelo». Un richiamo all’essenzialità, che l’ha sempre sostenuta e aiutata anche nei momenti più oscuri, come quello in cui ha scoperto la prima recidiva nel 2016-2017, «sempre nello stesso posto, nella parete toracica».
Ha ricominciato la chemioterapia, poi interrotta per una grave complicazione: una cardiopatia ischemica. «I medici si sono accorti che le mie coronarie erano davvero malridotte, una era quasi completamente chiusa». Dopo un intervento urgente, la vita è ricominciata, con una consapevolezza ancora più forte del limite e della fragilità, ma sempre con grande slancio.
«A volte mi chiedono come sia possibile essere nella pace pur vivendo una situazione di malattia, che ormai si prolunga da oltre vent’anni. Certo, non è mai facile, ma ogni volta che ci penso trovo tanti motivi di speranza»
Nel 2022 la ricaduta
Dopo la pandemia, nel 2022, il tumore si è ripresentato per la quarta volta, in forma ancora più estesa. Suor Benedetta col tempo si è abituata a questo «ospite», che reclamava ogni volta uno spazio più grande nella sua vita: ora le richiede medicazioni quotidiane in assistenza domiciliare, un drenaggio permanente, per facilitarle la respirazione, anche se il fiato corto è diventato una sua caratteristica. «Ci si abitua anche a questo - sorride - e tutto sommato va bene, anche se avverto la differenza con la mia vita di prima».
Descrive questi anni come un cammino interiore: «A volte mi chiedono come sia possibile essere nella pace pur vivendo una situazione di malattia, che ormai si prolunga da oltre vent’anni. Certo, non è mai facile, ma ogni volta che ci penso trovo tanti motivi di speranza». Attinge alla sua esperienza quotidiana fatta di fatica ma anche di tante piccole gioie: «Il dolore e la sofferenza non possono avere l’ultima parola. Sono una realtà legata al nostro corpo mortale che si va disfacendo, e questa è un’esperienza comune che però non esaurisce quella umana».
Il ruolo della comunità
La sua arma segreta, che chiama «grazia infinita» è la comunità. «Bisogna stare sul pezzo e cercare di andare avanti lo stesso. Dare alla malattia uno spazio limitato, perché non può prendersi proprio tutto». Le consorelle la affiancano con sollecitudine nei gesti quotidiani: «Devo farmi aiutare per spogliarmi, vestirmi, andare in bagno, lavarmi. Ho un braccio che è fuori uso, perché è molto gonfio». Accettare la fragilità non è facile: «Ho dovuto lavorare su me stessa, superare l’orgoglio di essere autonoma e autosufficiente. È una fatica, all’inizio, dire che mi consegno e mi affido alla sorella, che ho qua davanti, ma mi sembra quasi sciocco combattere e di dire, “no, faccio io,” la comunità si fonda proprio sull’aiuto reciproco, che rafforza i legami e la capacità di comunicare anche a un livello profondo». È un invito a vivere ogni istante: «Se non stai vivendo pienamente il momento che ti è dato, prima o poi ti accorgi di aver perso un pezzo importante di vita».
Evoca l’esperienza di San Francesco a San Damiano: «Dopo una notte di tormenti e di dolori compose il Cantico delle Creature. Ci si può chiedere come sia possibile che il dolore generi lode. Eppure, è proprio così». Per lei, la fraternità è la chiave: «Sento che questa è la prima cura che ho ricevuto e continuo a ricevere: la vicinanza di sorelle e fratelli che con l’affetto, una parola sincera, non costruita per la circostanza, il silenzio, il prendersi cura del mio corpo mi permettono di attraversare questi momenti con più leggerezza». Questo le fa avvertire con maggiore urgenza e preoccupazione le difficoltà di chi è solo e malato: «Il dramma del nostro tempo credo sia proprio quello della solitudine e dell’abbandono. Chi è malato ha bisogno di avere qualcuno vicino, e spero che tutti possano contare su questo dono. Secondo me è una cosa di cui nel mondo attuale si sente molto la mancanza».
La malattia ha aperto a suor Benedetta porte inaspettate, che le hanno permesso di cogliere in essa anche una certa bellezza: «Durante i ricoveri, nei reparti oncologici ho conosciuto tantissime persone, ma proprio tante. Ho sentito l’importanza della cura, un aspetto che non è necessariamente legato alla guarigione, ma a tanti altri aspetti: la vicinanza, la tenerezza, l’ascolto, l’accoglienza, l’empatia. Basta poco a volte: una stretta di mano, uno sguardo, stare lì ad aspettare insieme una visita, e intanto trovare punti di contatto nei percorsi di fragilità e malattia. Sembrano cose minime, ma sono davvero preziose perché permettono di trovare un senso, una motivazione, anche nella possibilità di guardarsi negli occhi e di condividere speranza e fiducia nel futuro».
La malattia l’ha spinta ad assaporare il tempo, gustandone ogni momento, imparando a non sprecarlo: «Mi ha dato la possibilità di gioire delle realtà della vita, anche delle più piccole, di apprezzarne ancora di più la sostanza, a meravigliarmi ed essere grata delle relazioni, della natura, di me stessa, con le mie fragilità»
L’amicizia con Alessandro
Avvengono piccoli miracoli, come l’amicizia con Alessandro, che quando l’ha incontrato per la prima volta era pieno di rabbia per ciò che gli stava accadendo, e spesso addirittura bestemmiava. Ma ha smesso da quando ha incontrato suor Benedetta, e da allora ogni volta che l’incontra dice: «Questa donna è il mio angelo, mi ha salvato». E ancora una donna di 40 anni in oncologia, con cui guardava alla televisione «L’Eredità». Le ha regalato un rosario, che poi la donna ha tenuto con sé fino alla morte: «Incontro sempre qualcuno che mi viene in qualche modo affidato - osserva suor Benedetta -. E così ogni volta metto alla prova anche la mia capacità di ascolto. L’importante è essere dove è l’altro».
Questi legami le offrono motivazione e stimoli per proseguire: «Mi rivelano che ho ancora un ruolo da giocare in questo mondo, scopro dei tesori in questi incontri». La malattia l’ha spinta ad assaporare il tempo, gustandone ogni momento, imparando a non sprecarlo: «Mi ha dato la possibilità di gioire delle realtà della vita, anche delle più piccole, di apprezzarne ancora di più la sostanza, a meravigliarmi ed essere grata delle relazioni, della natura, di me stessa, con le mie fragilità». Non prova alcun risentimento verso il destino: «Non mi sento mai sola, ma accompagnata e amata».
L’atteggiamento di suor Benedetta davanti a difficoltà vecchie e nuove resta comunque coraggioso e forte: «Ci sono ancora terapie da seguire, le faremo e vedremo come andrà». Il monastero di via Lunga, nel cuore del quartiere di Boccaleone, è la sua ancora, il suo porto sicuro, ma col tempo ha acquisito la capacità di portarlo con sé anche nelle stanze d’ospedale. Continua a cercare (e trovare) bellezza nelle piccole cose: un respiro conquistato, una mano tesa, un «grazie» sussurrato. Anche questa è una parte speciale della sua vocazione, un ramo d’oro che attraversa le ferite, come accade nella tecnica giapponese del kintsugi, che rende preziose le crepe, trasformando il dolore in incontro, la fragilità in ponte verso gli altri.
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