In piscina, sfidando limiti e fragilità. Tutti insieme, una bracciata alla volta

IL PROGETTO. A Ponte San Pietro l’attività sportiva dell’istituto «Mamoli» rivolta a ragazzi con disabilità.

«I gesti del nuoto - scrive Erri De Luca - sono i più simili al volo. Il mare dà alle braccia quella che l’aria offre alle ali; il nuotatore galleggia sugli abissi del fondo». Così accade che un gruppo di ragazzi con disabilità, nelle ore di scuola, si eserciti nel nuoto proprio per imparare a «volare» nella vita di tutti i giorni, facendo crescere indipendenza e autonomia.

A Ponte San Pietro

Nelle piscine comunali di Ponte San Pietro, ogni giovedì mattina, da ottobre a maggio, si svolge un’attività sportiva dell’Istituto superiore Mamoli di Bergamo: i ragazzi con disabilità sfidano limiti e fragilità entrando nelle vasche, mettendosi alla prova. L’acqua della piscina avvolge i corpi in modo morbido, come un abbraccio, sa sciogliere nodi invisibili di tensione e paura. Gambe e braccia si tendono negli esercizi in acqua, e in quel movimento semplice – una bracciata, un gioco, una camminata – emerge la forza di chi si mette in moto per uscire dalla sua zona di comfort, con tenacia e costanza.

«Autonomia, socialità, solidarietà»

Sergio Benaglia, docente di Scienze motorie, è lì in mezzo ai suoi studenti. Sta in acqua con loro, guidandoli con attenzione e pazienza. Mostra un movimento, sostiene un corpo esitante, ride con chi riesce a stare a galla da solo per la prima volta. E così li accompagna a imparare - quasi senza accorgersene - qualcosa che va molto oltre il nuoto. «L’importanza di questo progetto sta in alcuni obiettivi fondamentali: l’autonomia, la socialità, la solidarietà reciproca - spiega Benaglia -. I ragazzi devono imparare a essere autonomi in acqua, ma anche fuori, nello spogliatoio, nei trasporti. Solidali perché devono aiutarsi l’un l’altro: questo è l’obiettivo che ci diamo ogni anno».

L’idea di questo «laboratorio di acquaticità» è nata nel 2015 e oggi coinvolge nove ragazzi e altrettanti accompagnatori tra insegnanti e educatori: il rapporto è di uno a uno, perché ogni studente porta con sé una storia e un corpo diverso, esigenze, attenzioni, un modo tutto suo di stare al mondo.

Verso la piscina

La mattinata inizia molto prima della piscina. Il giorno prima, o all’alba del giovedì stesso, infatti, ogni ragazzo ha il compito di preparare la propria sacca: costume, asciugamano, accappatoio, ciabattine, e una merenda sana. «Li invitiamo - sottolinea Maria Mannarino, insegnante di sostegno - a portare con sé frutta fresca o secca, oppure un panino. Niente merendine industriali o zuccheri: lo prevede il progetto, e i ragazzi lo sanno e ne sono orgogliosi. Anche questo significa crescere, diventare adulti».

Alle 9 in punto sono tutti al Mamoli. Entro le 9,15 devono essere già alla fermata dell’autobus. È quello di linea, sul quale salgono tutti. Ogni studente ha la tessera dell’abbonamento, e l’accompagnatore viaggia al suo fianco. Sanno riconoscere il pullman giusto anche quelli che non sanno leggere – lo riconoscono dal numero, dalla forma, dall’orario di passaggio. Un quarto d’ora di viaggio, poi si arriva alla fermata della piscina, sempre la stessa, la discesa è tranquilla e ordinata.

«Un appuntamento atteso con gioia»

«Sanno tutto a memoria - racconta Danila Manca, insegnante di sostegno che segue Isabel, entrata nel gruppo a metà anno, dopo che si era liberato un posto, perché per partecipare c’è sempre tanta richiesta. - La routine è utile in particolare per i ragazzi che sono nello spettro autistico: uno schema fisso, con inizio e fine, che si ripete in modo prevedibile, gli dà sicurezza. Aspettano tutti questo appuntamento con molta gioia. È uno sfogo, un momento di libertà dalle mura scolastiche, in cui possono anche fare amicizia tra di loro».

La salute al centro

Ci sono anche risvolti importanti sulle condizioni di salute: «C’è chi non ha altre occasioni per fare sport, chi soffre di disturbi come la scoliosi, per cui il movimento in acqua è molto prezioso». Nella vasca grande del nuoto, Benaglia è il primo a scendere i gradini. A seguirli c’è anche l’istruttrice Giulia, che conosce ogni ragazzo e ha studiato esercizi su misura per ciascuno: dalle camminate acquatiche ai giochi di equilibrio. L’acqua qui è una preziosa alleata che accoglie, sostiene e perdona gli errori con leggerezza.

«Mi è sempre piaciuto andare in piscina. Fare sport con gli amici è molto più bello, racconta Isabel»

C’è anche un altro ambiente, che viene chiamato familiarmente la «vasca delle coccole», adatta alla fisioterapia, dove l’acqua è più bassa e più calda, gli esercizi più dolci. Qui ci sono spazi adatti a una sosta silenziosa, accompagnata con più cura e vicinanza, in un’atmosfera raccolta e protetta. Qui viene portata Ndack Ndiaye, una ragazza con tetraplegia, che può compiere solo piccoli movimenti. Un sollevatore meccanico la trasferisce dalla carrozzina alla vasca, dove l’istruttrice fisioterapica l’aspetta. Alessandra Tedeschi, la sua educatrice, la segue da oltre due anni: «Qui si possono fare semplici esercizi per gambe, braccia, tronco, per stare in posizione più eretta – qualcosa che sulla carrozzina non è possibile. Da quando fa acquamotricità, Ndack ha più controllo della testa, muscoli più elastici. La mamma la segue con attenzione, chiede sempre com’è andata. Tra un giovedì e l’altro nota che è meno rigida, più flessibile anche nei cambi, quando bisogna spostarla dalla carrozzina al letto». Nell’acqua calda, Endac si rilassa e sorride.

Con lei nella stessa vasca c’è Andrea, ragazzo con la sindrome di Down e il sorriso sempre pronto, che racconta questa esperienza con entusiasmo: «Mi piace molto nuotare e andare sott’acqua a prendere gli oggetti come i sub».

«Nel momento in cui sperimentano l’autonomia, in acqua, nello spogliatoio, sull’autobus, conquistano nuovo slancio ed energia anche per tutto il resto»

Nello spogliatoio, alla fine, la disciplina lascia spazio a un momento più rilassato, tra gli asciugacapelli accesi e le voci che si rincorrono, sorridenti e scherzose. Isabel si pettina davanti allo specchio: «Partecipo all’attività di nuoto - racconta - da quando mi sono iscritta a scuola. Mi è sempre piaciuto andare in piscina, fin da bambina. La cosa che mi piace di più delle mattinate del nostro corso è andare in pullman e fare gli esercizi con i miei amici. Ho imparato a nuotare abbastanza bene, e fare sport con gli amici è molto più bello». Accanto a lei, Paola annuisce: «Ho iniziato quest’anno. Mi piace molto stare in piscina con i miei amici».

«Socializzazione aspetto importante»

Alla fine i ragazzi si siedono insieme intorno a un tavolo per fare merenda, scambiarsi impressioni, ridere e chiacchierare prima di tornare a scuola. Ognuno ha qualcosa da raccontare e condividere con gli altri. Si vede che nel tempo si sono costruite relazioni positive, in un ambiente più informale rispetto alla scuola. «Anche la socializzazione - sottolinea il professor Benaglia - è un aspetto importante di queste attività».

Marco, autistico, parla grazie all’applicazione del suo tablet, uno strumento che trasforma le sue intenzioni in parole. Quando gli chiedono come si sente in piscina, la risposta arriva chiara, senza esitazioni: «Felice».

Non solo nuoto

Il nuoto è una delle molte porte che l’istituto Mamoli tiene aperte. Danila le elenca con la precisione di chi le vive ogni giorno, c’è un laboratorio d’arte: «L’anno scorso si è concentrato su Miró, mosaici, dipinti che alla fine i ragazzi hanno potuto portare a casa. C’è anche un’attività molto apprezzata di cartotecnica in cui i ragazzi possono cimentarsi anche con tagliatrice e plastificatrice, seguiti da un’insegnante. Il gioco degli scacchi è un esercizio molto apprezzato, che sollecita tante dimensioni cognitive per sviluppare la strategia di gioco. Poi ci sono anche altre attività che vanno nel segno dell’inclusione come un laboratorio di cucito con le macchine da cucire, psicomotricità, laboratorio musicale, esercizio lessicale per chi non parla». Nell’ambito sportivo si muove anche un gruppo di trekking cognitivo, in cui i ragazzi sono stimolati a imparare percorsi e calcoli, fanno persino la spesa al supermercato con i conti in mano.

«Educatori e insegnanti fondamentali»

«Ogni attività è studiata per migliorare le competenze e le abilità dei ragazzi, pensando alla loro situazione personale e anche alla vita concreta fuori dall’ambiente scolastico - aggiunge Maria Mannarino -. E il progetto, come il resto dell’attività didattica, deve essere cucito addosso a ogni singolo individuo, perché ci sono sempre aspetti diversi da tenere in considerazione. Se una cosa non va bene per un ragazzo, non si fa». Benaglia condivide questa impostazione fino in fondo: «Cerchiamo di individualizzare il lavoro. È soprattutto merito degli educatori e degli insegnanti che trascorrono tanto tempo con i ragazzi e conoscono le loro esigenze. La loro presenza è fondamentale anche per questa attività di nuoto».

Fra loro c’è anche Emma Tracanna, che sta svolgendo il tirocinio universitario all’istituto Mamoli per due giorni alla settimana, accompagnando anche il laboratorio di acquaticità: «Mi è molto utile osservare, sto imparando molto. Ogni giornata è diversa dalle altre, noto che i ragazzi imparano a crescere e a stare bene insieme».

Il briefing finale

Finita la merenda, arriva il momento di riprendere il pullman per il ritorno a casa – sempre lo stesso, che ormai i ragazzi hanno imparato a riconoscere – e il rientro all’istituto Mamoli, per riprendere la strada verso casa. Prima di sciogliersi, un breve briefing per fare il punto sulla mattinata: «Chiediamo ai ragazzi com’è andata - osserva Benaglia -, se ci sono state difficoltà, cosa ricordano degli esercizi, anche per fissare le piccole conquiste e le sfide affrontate in modo positivo durante la giornata». Solo quando il cerchio si è chiuso, ci si saluta.

«Nel momento in cui sperimentano l’autonomia, in acqua, nello spogliatoio, sull’autobus, – dice Benaglia - conquistano nuovo slancio ed energia anche per tutto il resto. Anche questo è un obiettivo importante». Qui non si punta allo sport agonistico, piuttosto a un esercizio costante, che allena alla vita: corpi che imparano a fidarsi, relazioni che si costruiscono in ogni incontro. «Anche questo - conclude Benaglia - è un modo per imparare cose nuove, utili per la vita, un’autonomia che si conquistano una bracciata alla volta».

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