Ospedale Papa Giovanni, il plasma si dona anche il mercoledì e il sabato

LA NOVITÀ . Il direttore del Simt, Luca Barcella: «Sangue e plasma vanno considerati terapie salvavita, con molteplici indicazioni cliniche».

Sangue e plasma non sono semplici «materiali biologici»: sono vere e proprie terapie, indispensabili per curare ogni giorno migliaia di pazienti. Dalle emergenze ai trapianti, dagli interventi chirurgici alle malattie rare, fino alle immunodeficienze e alle patologie oncologiche, il loro impiego è trasversale e spesso decisivo. È con questa consapevolezza che l’Ospedale Papa Giovanni XXIII di Bergamo rafforza l’impegno sulla donazione di plasma, rendendola possibile anche il mercoledì e il sabato, una scelta pensata in particolare per chi lavora durante la settimana.

«Sangue e plasma vanno considerati a tutti gli effetti terapie salvavita, con molteplici indicazioni cliniche», sottolinea Luca Barcella, direttore del Centro Trasfusionale (Simt) dell’Asst Papa Giovanni XXIII e del Dipartimento di Medicina Trasfusionale della provincia di Bergamo (Dmte). «Non a caso il sistema sanitario programma, monitora e tutela le scorte con la stessa attenzione riservata ai farmaci essenziali». Il plasma, in particolare, è la componente del sangue da cui si ricavano i medicinali cosiddetti plasma-derivati: immunoglobuline, albumina, fattori della coagulazione. Farmaci insostituibili per pazienti con malattie rare, immunodeficienze congenite o acquisite, disturbi della coagulazione e in molte situazioni acute. La domanda è in costante crescita e l’autosufficienza nazionale non è ancora pienamente raggiunta: per questo ogni donazione conta.

Il valore strategico di sangue e plasma emerge con forza anche nella programmazione regionale. In vista delle Olimpiadi invernali di Milano-Cortina, Regione Lombardia ha messo a punto una vera e propria macchina organizzativa che prevede il monitoraggio continuo e l’implementazione delle scorte di sangue e plasma, per far fronte a eventuali necessità aggiuntive legate a un evento di grande impatto. «È un esempio concreto di come queste risorse siano parte integrante della pianificazione sanitaria, non un elemento accessorio», osserva Barcella. Un messaggio chiave da chiarire è che donare sangue e donare plasma non sono alternative in competizione. «Non esiste un “aut-aut” – spiega il direttore del Dmte –. Chi dona plasma può donare anche sangue intero e viceversa, nel rispetto degli intervalli previsti. Sono due modalità diverse per rispondere a bisogni clinici diversi, entrambe fondamentali».

La plasmaferesi, tecnica con cui si dona solo il plasma restituendo al donatore le altre componenti del sangue, consente donazioni più frequenti ed è sicura e ben controllata. Per questo rappresenta una risorsa preziosa, soprattutto se integrata con la donazione di sangue intero. Al «Papa Giovanni XXIII» di Bergamo è possibile donare plasma anche il mercoledì e il sabato. La donazione è sempre possibile in tutti i Centri Trasfusionali delle Asst della provincia di Bergamo e nell’Unità di Raccolta associativa di Avis Provinciale Bergamo. Un sistema diffuso e coordinato che permette di trasformare un gesto volontario in una terapia concreta, disponibile quando serve.

Anche i pazienti si approcciano con fiducia a questa tecnologia. «Qualcuno pensa che faccia tutto il robot, in realtà la parte più importante la fa sempre il chirurgo – specifica Lucianetti -. Certo, in futuro è possibile immaginare che il chirurgo possa operare una persona direttamente dal proprio studio, ma a guidare l’intervento è comunque il chirurgo. In ogni caso, al paziente viene sempre offerta la possibilità di un intervento di chirurgia mini-invasiva. Le incisioni sono esattamente le stesse che si effettuano con il robot, e anche i risultati sono esattamente sovrapponibili: il robot aiuta il chirurgo perché elimina il piccolo tremore, mentre il sistema di ottica permette di avere una migliore visibilità dei dettagli anatomici. L’obiettivo è sempre quello di offrire al paziente la miglior soluzione possibile, con il minor danno anatomico».

L’apertura alle nuove tecnologie può essere anche un volano, tra i giovani medici, per rilanciare l’attrattività delle discipline chirurgiche. In tempi recenti, infatti, non sempre le borse disponibili per queste specialità sono state «saturate»: «La chirurgia ultimamente è poco gettonata – riconosce Lucianetti -. Alcuni decenni fa era difficile entrare in scuola di specialità, ora restano dei posti vacanti. Risultano più attrattive discipline che lasciano maggiori margini di libertà, ma bisogna forse interrogarsi anche sulle modalità d’insegnamento: i giovani sono cambiati, abbiamo il compito di dar loro la possibilità di crescere».

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