Disastro di Pioltello, in appello chieste condanne per i vertici Rfi

IL PROCESSO. La pm milanese Ripamonti ha delineato le singole responsabilità degli assolti in primo grado. L’avvocata dell’a. d. Gentile: «Accanimento».

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Tre ore di discussione, tanto è durata martedì 15 settembre la requisitoria della pm milanese Maura Ripamonti nel corso del processo d’appello, per ribadire che i vertici di Rete Ferroviaria Italiana (Rfi) devono essere condannati per il disastro ferroviario di Pioltello del 25 gennaio 2018. Complice un giunto ammalorato, del quale si sapeva da oltre un anno e di cui fu colpevolmente ritardata la riparazione, il treno pendolari Cremona-Treviglio-Milano deragliò, per poi schiantarsi contro un palo. Nell’incidente morirono tre donne – Pierangela Tadini, cinquantunenne di Misano Gera d’Adda, Giuseppina Pirri, 39 anni, di Cernusco sul Naviglio, e Ida Maddalena Milanesi, 61 anni, di Caravaggio – e si ferirono cento passeggeri.

Le richieste di condanna

Nonostante le assoluzioni di primo grado, la pm Ripamonti e la sostituta procuratore generale Olimpia Bossi hanno riproposto le stesse richieste di condanna formulate in primo grado per i reati di disastro ferroviario colposo, rimozione od omissione dolosa di cautele contro infortuni sul lavoro, omicidio colposo plurimo e di lesioni personali colpose plurime: otto anni e quattro mesi di reclusione per l’ex amministratore delegato di Rfi Maurizio Gentile e per l’allora direttore della Direzione produzione Umberto Lebruto; sette anni e dieci mesi per Vincenzo Macello, già direttore della Direzione territoriale produzione di Milano. La pm ha inoltre sollecitato la condanna di Rfi – assolta anch’essa dal Tribunale – a una sanzione pecuniaria di 900mila euro e l’accoglimento della richiesta di concordato in appello a tre anni e quattro mesi presentata dal difensore di Marco Albanesi, ex responsabile dell’Unità manutentiva e unico condannato in primo grado a cinque anni e tre mesi.

Nel corso della requisitoria, la pm Ripamonti ha delineato con precisione le singole responsabilità dei vertici, separando quelle dell’amministratore delegato da quelle dei dirigenti sotto processo, e l’inefficacia dei modelli organizzativi.

«Si sarebbe potuto evitare il disastro»

Secondo la pm, «Rfi non era organizzata e strutturata per garantire gli interventi urgenti sull’infrastruttura, ma quegli interventi, se eseguiti in tempo utile, avrebbero potuto evitare il disastro. Sono state create le condizioni perché le esigenze di sicurezza non prevalessero su quelle del blocco della circolazione ed economiche per le manutenzioni, e non sono stati forniti gli strumenti. Anzi, la società era strutturata in senso opposto. In quella tratta, nel periodo immediatamente precedente l’incidente, 100 treni al giorno passavano regolarmente sopra 26 giunti ammalorati (in seguito riparati dopo l’incidente, ndr)».

«La Procura sta inseguendo un teorema privo di riscontri –ha commentato l’avvocata Ambra Giovene, legale dell’a. d. Gentile –. C’è una sorta di accanimento nella visione di una figura apicale che si ritiene abbia delle responsabilità solo perché svolge il ruolo di a. d». Il processo d’appello proseguirà il prossimo 15 ottobre. Parola alle parti civili. Martedì 15 settembre, l’antipasto, con la discussione dell’avvocato bergamasco Eugenio Sarai, patrono civile di un carpentiere di Romano di Lombardia di origini albanesi.

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