Val Sambuzza, trent’anni fa la terribile valanga che si portò via tre vite

L’ANNIVERSARIO. Sopra Carona nel gennaio del 1994 morirono Riccardo Frattini, Roberto Bresciani e Alessandro Rovelli.

Era una normale domenica di escursioni per tanti appassionati di scialpinismo in Val Sambuzza. Quel 23 di gennaio del 1994, però, si trasformò in tragedia per tre di loro, tutti bergamaschi. A ricordare quell’evento, a trent’anni di distanza, è Federico Rota, geologo ed esperto di valanghe consulente della Provincia di Bergamo e di quella di Brescia. «In quel periodo ero alle prime armi nella pratica dello scialpinismo – racconta –. Avevo 18 anni e da 2-3 anni mi cimentavo in questa disciplina così appassionante. Quella domenica, però, me la ricordo bene perché si trasformò in una tragedia per numerose persone dell’ambiente della montagna, dove ci si conosce un po’ tutti, soprattutto nella Bergamasca».

La notizia di quanto successo iniziò a circolare lentamente verso il tardo pomeriggio. «All’epoca – spiega – non c’erano Internet e nemmeno i cellulari. Arrivò però la notizia di un gruppo di scialpinisti travolto da una valanga nella zona di Carona. Si parlava di morti. Solo il lunedì, con i giornali, si riuscì ad avere certezza di quanto successo e soprattutto i nomi delle vittime: Riccardo Frattini di Sarnico, Roberto Bresciani di Villongo e Alessandro Rovelli di Bergamo. La notizia lasciò molte persone sbigottite. Mi ricordo che anche un mio professore entrò in classe alla prima ora e ci fece presente di quanto fosse successo il giorno prima».

La dinamica

La dinamica dell’accaduto si riuscì poi a ricostruire dai verbali di intervento e dalla relazione tecnica redatta a seguito del sopralluogo, effettuato dai tecnici del Centro Nivometeorologico di Bormio il 25 gennaio. «La meta della gita – continua – era il Pes Gerna (2.565 m), una sorta di anticima del Monte Masoni che si raggiunge risalendo da Carona la Val Sambuzza, fino alla piana della Baita Arale, per poi deviare verso destra. Il gruppo di 18 scialpinisti (tutti adulti ed esperti), partito da Carona al mattino, raggiunse un punto intermedio dell’itinerario a una quota 2.424 metri, verso le 12. In 9 proseguirono per il Pes Gerna, mentre gli altri 9 rimasero ad attendere a 2.424 metri». Alle 13 il gruppo si ricompose in tale punto e iniziò la discesa sul pendio. «Scesero prima tre partecipanti, uscendo senza problemi dal punto poi risultato critico. Altri nove poi scesero, provocando, appena sotto la quota, lo stacco del lastrone da vento che iniziò a trascinarli a valle. Gli accumuli da vento sono molto pericolosi e possono generare, come nel caso specifico, degli strati superficiali fragili, i lastroni per l’appunto, generalmente poco ancorati agli strati sottostanti, che se sollecitati possono rompersi e staccarsi, come purtroppo accaduto». I rimanenti sei, fermi a 2.424 metri, osservarono impotenti il travolgimento dei nove compagni. «Dei travolti – continua –, uno si fermò semisepolto a metà pendio, mentre gli altri otto vennero trascinati sino al pianoro finale di deposito della slavina, a quota 1.980 metri. Due vennero liberati subito dai compagni non toccati dall’evento. I rimanenti sei sepolti vennero individuati con gli Artva in dotazione ed estratti successivamente con l’aiuto delle squadre del Soccorso. E tre di loro, come detto, furono le vittime della tragedia». A ricordo della tragedia fu poi posizionata una lapide, dove furono ritrovati i corpi degli alpinisti. «È bene ricordare – conclude – che serve sempre un approccio consapevole, prudente e responsabile della montagna. La lettura del manto nevoso e della sua pericolosità è sempre molto difficile».

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