
Cronaca / Valle Seriana
Venerdì 29 Agosto 2025
Internati nei lager, dopo 80 anni i risarcimenti per 18 famiglie
LA SENTENZA. Lo ha deciso il Tribunale di Brescia: agli eredi dei militari che soffrirono in Germania tra i 20mila e gli 80mila euro. C’è anche il padre del sindaco di Gandino: «Riconoscimento civile alla memoria».
Diciotto Imi bergamaschi (gli internati militari italiani in Germania), quasi tutti di Gandino, otterranno, nelle persone dei loro eredi, un risarcimento per le loro sofferenze. Infatti il Tribunale di Brescia ha accolto le motivazioni presentate dall’avvocato Fabio Franchina dello studio Messi-Franchina disponendo, con sentenza del 25 agosto, l’assegnazione di risarcimenti tra i 20 e gli 80mila euro per i danni «patrimoniali e non» subiti durante la prigionia.
Si tratta di Angelo Servalli, Pasquale Ongaro, Giacomo Caccia, Mario Bertoni, Luigino Lanfranchi, Gaetano Nodari, Giuseppe Capitanio, Candido Ongaro, Angelo Picinali, Antonio Salvatoni, Battista Torri, Battista Della Torre, Domenico Castelli, Angelo Picinali, Battista della Torre, tutti di Gandino; Alessandro Marchesi di Scanzorosciate, Giuseppe Zanotti di Mornico e Giuseppe Marzano di Bergamo.
La causa contro la Repubblica tedesca partita nel 2022
«Quell’anno divenne più concreta la possibilità per gli Imi di ottenere il risarcimento dei danni subiti. Questo a seguito di un provvedimento del governo Draghi che costituiva un apposito fondo di 55 milioni di euro»
La causa contro la Repubblica tedesca è partita a fine maggio 2022, riunendo i casi raccolti a Gandino dall’allora vicesindaco (e ora sindaco) Filippo Servalli e altri tre segnalati da Orazio Amboni della Cgil di Bergamo.
Il provvedimento di Draghi
«Quell’anno – spiega l’avvocato Fabio Franchina – divenne più concreta la possibilità per gli Imi di ottenere il risarcimento dei danni subiti. Questo a seguito di un provvedimento del governo Draghi che costituiva un apposito fondo di 55 milioni di euro volto a concludere un lungo braccio di ferro, cominciato nel 2004, tra lo stato italiano (che attraverso la magistratura aveva scardinato l’impostazione giurisprudenziale precedentemente consolidata, propensa ad escludere la possibilità di giudicare le domande risarcitorie proposte avverso lo Stato tedesco) e la Repubblica tedesca, la quale sosteneva di aver già risarcito lo stato italiano con l’accordo di Bonn del 1961. Gli Imi hanno quindi citato in giudizio la Repubblica Federale Tedesca per ottenere una sentenza di condanna che consentisse l’accesso al Fondo istituito dal governo italiano. Di conseguenza la causa cita in giudizio la Repubblica Federale di Germania ma anche, per quanto di competenza, la Presidenza del Consiglio dei Ministri e il Ministero dell’Economia e delle Finanze italiani».
Il trattamento inumano
Nella sentenza favorevole agli Imi bergamaschi, il Tribunale di Brescia fa riferimento in particolare al trattamento inumano, storicamente accertato, al quale furono sottoposti gli internati militari italiani, tale da configurare un crimine di guerra. E i crimini di guerra sono reati imprescrittibili anche per gli Stati. La richiesta di risarcimento è perciò, in linea di principio, legittima. La condizione di Imi deve però essere provata attraverso i dati del foglio matricolare militare italiano che attesta la cattura e la deportazione e, quando possibile, dal libretto di lavoro tedesco.
Il padre del sindaco di Gandino
Fra gli Imi gandinesi c’è anche Angelo Servalli, padre del sindaco, Filippo che non nasconde la soddisfazione: «È un momento importante di riconoscimento civile alla memoria di chi ha subito tanti oltraggi e sofferenze per essersi mantenuto dalla parte giusta degli avvenimenti. Sono abbastanza sicuro che questa sia la sentenza favorevole che riguarda il
. Lavorava a una delle fabbriche di cuscinetti di Schweinfurt e si salvò perché con i bombardamenti alleati gli operai dormivano all’aperto. Le fabbriche erano installate in gallerie sotto la città
gruppo più numeroso di Imi bergamaschi. In questi anni a Gandino abbiamo rintracciato e onorato con la medaglia civica una sessantina di Imi, rastrellati e deportati in Germania dopo l’8 settembre 1943 per non essersi arruolati con la Rsi. Mio padre, tornato a casa nel ‘45, non parlava di quanto aveva patito. I reduci raccontavano pochissimo anche ai familiari. Solo, non sopportava più le patate perché, diceva, aveva mangiato troppe bucce. Lavorava a una delle fabbriche di cuscinetti di Schweinfurt e si salvò perché con i bombardamenti alleati gli operai dormivano all’aperto. Le fabbriche erano installate in gallerie sotto la città. Apparteneva ai Lupi di Toscana ed era stato rastrellato alla stazione di Pisa, mentre venivano trasferiti. Tutto il battaglione si ritrovò in Germania senza essere neppure sceso dal treno».
Gli Imi deportati in Germania furono oltre 600.000. Fra i più noti tra chi tornò ci sono gli scrittori Giovanni Guareschi e Mario Rigoni Stern, il politico Alessandro Natta, l’attore Gianrico Tedeschi.
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