Test sierologici in Val Seriana
Il 41% ha avuto il coronavirus

Gli esiti dei test nei Comuni mostrano l’impatto dell’epidemia. Il virologo Pregliasco: «Ma le misure di prevenzione devono continuare».

Test sierologici in Val Seriana Il 41% ha avuto il coronavirus

Due mesi fa i sindaci della Valseriana protestavano: «Perché non vengono fatti i test sierologici? Potrebbero accertare la reale diffusione del virus nella popolazione». Avevano ragione. Lo dimostrano i risultati della campagna organizzata da Ats Bergamo dopo le pressioni dei primi cittadini, alla ricerca di certezze dopo mesi terribili. La Valseriana è stata la zona più colpita della Lombardia, sicuramente d’Italia e forse, con i dati oggi a disposizione, anche del mondo intero. Grazie all’intraprendenza dei sindaci, alla disponibilità di Ats e soprattutto all’urgenza di verità manifestata dalla popolazione oggi è possibile conoscere la reale diffusione del virus nel cuore della pandemia.

I risultati

Negli otto Comuni al centro dell’indagine di sieroprevalenza - Alzano Lombardo, Albino, Aviatico, Nembro, Pradalunga, Ranica, Selvino e Villa di Serio - il 41,2% di chi si è sottoposto al test ha sviluppato anticorpi. Stiamo parlando di 5.246 persone sul totale di 12.705 che nelle ultime settimane hanno acconsentito al prelievo del sangue. Il doppio rispetto al 21,6% rilevato in città. È risultato negativo, invece, il 58% dei cittadini. L’esito di 88 sierologici, lo 0,6% del totale, è stato classificato come «dubbio».

Il dettaglio dei singoli Comuni permette di avere un quadro ancor preciso della forza con cui il virus si è abbattuto lungo il fiume Serio. Ad Alzano Lombardo, uno dei paesi mediaticamente più coinvolti, la percentuale di positivi è al 34% (3.376 i testati), più bassa rispetto ad altre realtà. Ad Albino, dove grazie ai test sono stati individuati anche 83 contagiati asintomatici, ha sviluppato anticorpi il 42% della popolazione. A Nembro, un Comune che ha affrontato un’esplosione di sovramortalità nei mesi di marzo e aprile, il 49% degli abitanti ha avuto il SARS-CoV-2. Nel paese della prima vittima ufficiale bergamasca, Villa di Serio, è risultato positivo il 42% dei cittadini. Meno indicativi, invece, i risultati di altri Comuni come Selvino (54%), Ranica (37%), Pradalunga (50%), Aviatico (29%) a causa dell’adesione bassa alla campagna.

Se il dato complessivo si può considerare una stima piuttosto solida, tutti gli esiti dei singoli devono fare i conti con variabili tipiche di questi screening. La prima riguarda le tempistiche. I test sono partiti l’1 luglio, cinque mesi dopo lo scoppio dell’epidemia in provincia di Bergamo. Nonostante gli studi svolti a livello mondiale, non è ancora chiara la persistenza degli anticorpi. E quindi è possibile che molte persone malate, ma asintomatiche, li abbiano persi. Ormai chiaro a tutti, dunque, che nessuno può considerarsi immune per sempre.

La seconda variabile, non trascurabile, riguarda il campione di persone che ha aderito. Anzi, non si può proprio considerare un campione, perché le persone non sono state selezionate sulla base di criteri scientifici come è avvenuto per l’indagine promossa da Istat e ministero della Salute. In questo caso chiunque poteva sottoporsi al sierologico. I limiti dell’universalità sono due. È più alta la possibilità che si siano presentate persone convinte di aver fatto il virus. Al contrario, chi temeva un’eventuale positività, con successivo tampone obbligatorio e quarantena, non ci ha pensato due volte e se n’è rimasto a casa.

«Monitoraggio fondamentale»

Fabrizio Pregliasco, virologo dell’Università degli Studi di Milano, conferma che «nonostante queste percentuali di positività così alte non si è raggiunto il livello di immunizzazione che i modelli matematici indicano come fattore di possibile riduzione della diffusione. È stimato al 70% della popolazione. Questi dati, però, sono la conferma dell’enorme diffusione del virus nel territorio della Valseriana e danno anche una spiegazione all’alta mortalità. I soggetti più fragili hanno pagato un prezzo molto alto».

Di fronte a questi risultati verrebbe da pensare che la valle sia uno dei territori più sicuri della Lombardia, perché quasi metà della popolazione ha già contratto il Covid-19. No. «Qualsiasi esito di indagini sierologiche non giustifica la possibilità di non rispettare le importanti precauzioni adottate finora - continua Pregliasco -. Anche perché sarà sempre possibile la presenza di focolai legati a casi di ritorno, in questa fase in arrivo dall’estero dove il virus è in una fase espansiva». Per questo motivo «l’approccio della comunità deve essere di continua attenzione, di buon senso. Senza eccessi di ipocondria e paura, ma esattamente come ora, all’insegna dell’applicazione sistematica di indicazioni basilari come l’utilizzo della mascherina e il distanziamento».

Anche secondo Pregliasco l’autunno sarà caldo non tanto per il coronavirus - si spera - quanto per l’arrivo inevitabile del virus influenzale. Discriminare tra le infezioni da SARS-CoV-2 e tutte le altre malattie sarà importante. E faticoso. «Il virus influenzale ci sarà, come c’è tutti gli anni. Il vaccino antinfluenzale non è la panacea di tutte le infezioni respiratorie, ma sarà comunque importante per aiutare a ridurre il rischio e la paura di essere colpiti dal Covid».

Ecco perché l’individuazione precoce dei contagiati e il tracciamento degli eventuali contatti sarà vitale nei prossimi mesi. Con un’attenzione particolare alle scuole e ai luoghi di lavoro, per evitare che nuovi focolai possano portare a piccoli o, peggio, estesi lockdown. «Il monitoraggio attraverso i tamponi sarà fondamentale. La capacità è stata implementata, anche in provincia di Bergamo. Rispetto a marzo e aprile il territorio si è rinforzato ed è più attento alla necessità di monitoraggio». Prima si scovano i casi, prima si può intervenire e meglio combattere il coronavirus.

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