(Foto di Agazzi)
LA TESTIMONIANZA. L’incontro con i ministri straordinari della Comunione: «Servizio prezioso, entrano in punta di piedi».
Davanti al dolore dell’altro entrano «in punta di piedi». L’immagine scelta per l’incontro diocesano dei ministri straordinari della Comunione, ieri nell’auditorium della Casa del Giovane, richiama le parole consegnate dal Vescovo Francesco Beschi nella Lettera pastorale. «Vogliamo riflettere sulla sofferenza nella convinzione che anche in essa può esserci un sentiero di beatitudine, speranza e gioia», ha detto don Alberto Monaci, direttore dell’Ufficio diocesano per la pastorale della salute, introducendo la mattinata insieme alle centinaia di ministri presenti, che ha ringraziato a nome della Diocesi per il loro servizio «prezioso per la comunità». Alla loro capacità di essere testimoni della gioia e di mettersi in ascolto della sofferenza altrui si sono rivolti sia don Monaci sia il direttore dell’Ufficio Liturgico, don Doriano Locatelli. Perché di fronte a un male spesso insondabile, l’accostarsi con delicatezza è l’unica soluzione.
«La serenità con cui Giulia ha vissuto la sua malattia e che ci ha lasciato la paragono a un miracolo. Vale sempre la pena di affidarsi a Dio. Dobbiamo solo coglierne i segni, lui ci dà sempre ciò di cui abbiamo bisogno»
«Nessuno può dare una spiegazione alla sofferenza – ha ribadito anche don Francesco Scanziani, teologo del Seminario di Milano –. L’atteggiamento da osservare davanti al dolore dell’altro, dunque, mi pare debba essere quello di entrare in punta di piedi, mettendosi in ascolto. Questo ci permette di evitare due rischi: quello della razionalizzazione, per cui proviamo a dare una spiegazione al dolore per calmarlo, e della spiritualizzazione, con cui ci convinciamo che dietro alla sofferenza c’è sempre un motivo spirituale». Il patimento però è inevitabile, è parte della vita. «Ma tra i grandi tabù della nostra cultura ci sono proprio la sofferenza, la malattia, il dolore e la morte – sottolinea la psicologa e psicoterapeuta Cecilia Pirrone –. Siamo iscritti in un paradosso, da un lato esorcizziamo il dolore, e dall’altro lo spettacolarizziamo attraverso i media». Al dolore poi ciascuno reagisce con i propri strumenti. Se l’adulto «ha una razionalità che gli permette di riflettere in modo più profondo», lo stesso non avviene in altre fasi della vita. «Il bambino vive la sofferenza in modo più intenso, e a due livelli – prosegue Pirrone –, non solo nel mondo reale ma anche nella sua testa, dove viene amplificata. Anche l’adolescente vive il dolore amplificato, perché attraversa una stagione nella quale il sentimento è dominante rispetto alla razionalità». Che si sia adulti o piccini, la strada è una: «L’arte di stare accanto a chi soffre richiede grande creatività. Il primo passo è riconoscere che il dolore genera in noi delle emozioni e dare loro un nome. Riconoscerle e legittimarle ci permette di muoverci in punta di piedi nella relazione con l’altro».
«La sofferenza, se condivisa, non si azzera, ma aiuta a cogliere anche in essa momenti bellissimi»
Eppure a volte è proprio chi soffre a dare l’esempio. Così è stato per Giulia Gabrieli, la «serva di Dio» scomparsa nel 2011 a 14 anni dopo due anni di malattia. «È stata lei ad accompagnarci nel suo cammino – racconta il papà Antonio –. Con il suo sguardo verticale ci ha permesso di vivere nella pienezza e nella bellezza di ciò che è stato». I genitori della giovane hanno portato la loro testimonianza di reazione alla malattia della figlia. «Per me è stata fondamentale la condivisione di quel tratto di vita insieme ad altre persone – continua Antonio –. La sofferenza, se condivisa, non si azzera, ma aiuta a cogliere anche in essa momenti bellissimi». Per la madre Sara il rifugio è stato invece la preghiera. Come per Giulia. «Mi ha dato un sollievo enorme», afferma. «Il Signore, è vero, non ci ha dato quello che volevamo, ma quello di cui avevamo bisogno. La serenità con cui Giulia ha vissuto la sua malattia e che ci ha lasciato la paragono a un miracolo. Vale sempre la pena di affidarsi a Dio. Dobbiamo solo coglierne i segni, lui ci dà sempre ciò di cui abbiamo bisogno», conclude.
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