Domenica 08 Giugno 2014

Alessia, reporter in Olanda

«Fa freddo, rimpiango l’afa»

Alessia Barbiero

Con tutta la sua positiva curiosità verso il mondo e quella parlantina spedita, Alessia Barbiero potrebbe andare a caccia di notizie anche in capo al mondo. Per adesso, da tre anni e mezzo vive e lavora come giornalista in Olanda, facendo la spola tra Amsterdam e la cittadina di Leida.

Qui ha costruito la sua stabilità con il marito trevigiano Pietro, in forza come ingegnere all’Ente spaziale europeo.

Nata a Treviglio nell’anno in cui il «Time» incoronava il computer come personaggio dell’anno – era il 1983 –, ora Alessia lo utilizza quotidianamente per il suo lavoro. È infatti chief editor del desk italiano di «Zoomin.tv», un’agenzia di web-notizie che ne produce circa 200 al giorno in otto lingue diverse, mettendole a disposizione dei maggiori portali d’informazione europei.

Da tempo è anche una grande divoratrice di serie tv e ha tradotto questa sua passione scrivendone per Sky e «Linkiesta.it» e pubblicando due saggi che ne approfondiscono temi e contenuti in relazione alla realtà sociale.

Cresciuta nella Bassa bergamasca, da bambina voleva fare la pizzaiola, poi l’avvocato e infine coltivare l’amore per la storia e la letteratura. Ma come tradurlo in un lavoro? All’Università di Bergamo (Scienze della comunicazione), ecco la folgorazione: il corso di Storia del giornalismo le ha aperto un mondo. «In modo semplice e naturale il professore e giornalista Oliviero Bergamini mi ha fatto vedere cosa significhi andare oltre l’apparenza, recarsi in un luogo e scovare una storia. La mia passione è nata così».

Dopo la specializzazione a Verona, l’esperienza sul campo: «Lavoravo prima a Bergamo e poi a Milano per un quotidiano che ora ha chiuso. Non avevo un contratto e non vedevo grandi prospettive intorno a me; complici la possibilità di scrivere a distanza e il fatto che il mio fidanzato (ora marito) avesse ricevuto un’ottima offerta lavorativa, ho deciso di seguirlo in Olanda».

Era partita con la convinzione di fermarsi solo per un anno, poi sono subentrate ulteriori occasioni di lavoro e ne sono già passati più di tre. «Quando da studentessa andai in Erasmus a Barcellona e poi a perfezionare i miei studi a Verona, non avevo mai sentito la nostalgia di Bergamo perché sapevo che ci sarei ritornata. Ora che la mia vita è qui, invece, realizzo che mi manca».

Alessia racconta dei primi tempi a Leida: «Non nascondo che il primo anno è stato difficile: in Italia vivevo giornate frenetiche a contatto con la redazione e il mondo circostante. In un baleno, mi sono ritrovata nella mia casa olandese a lavorare da sola davanti a un pc. A Bergamo, seguivo soprattutto la questione delle case popolari ed ero diventata una sorta di paladina dei pendolari. A proposito, la situazione è migliorata?». «Sembra incredibile per il Belpaese, ma non ho fatto alcuna domanda per lavorare a «Zoomin.tv», dove ricopro il ruolo di chief editor. Mi hanno trovata loro, selezionando il mio profilo aperto in Internet. Non me lo sarei mai immaginata».

«Sono figlia della generazione della serie tv americana “Lost” – racconta –. Non considero questa serie tv la migliore in assoluto, ma la più significativa per me: è lì che ho deciso di convertirmi alla causa seriale. Durante il primo anno olandese avevo tanto tempo libero e ho iniziato a scrivere un blog sull’argomento su “Linkiesta” che ha avuto molto seguito. Poi è subentrata la collaborazione con Sky». Da cosa nasce cosa. E Alessia ha deciso di cimentarsi nella scrittura di due libri: «Il primo è di maggior impatto: quando il presidente Barack Obama ha introdotto per la prima volta il linguaggio seriale all’interno del dibattito politico, ho deciso che era tempo di indagare come le serie tv stessero influenzando la vita sociale negli Stati Uniti e nel mondo». Il secondo ha invece un’anima tutta social: «Ho fondato insieme ad altri due ragazzi una community virtuale dove si discute di serialità. Ho poi coinvolto dieci persone nella stesura del primo volume di una collana da me curata che ha lo scopo di individuare le dieci serie più rappresentative dell’anno. Esperti che non avevo mai conosciuto di persona, eppure paradossalmente, è nata da subito un’amicizia molto forte». E alcuni di loro li ha incontrati poi dal vivo a Milano, quando «Deejay Tv» li ha invitati in trasmissione: «È stato strano ed emozionante», dice Alessia.

«A Leida c’è un ambiente multiculturale e, se si mastica un po’ d’inglese, non è difficile fare nuove amicizie – racconta parlando del suo tempo libero –. Ho conosciuto persone interessanti giocando a pallavolo e praticando lo squash. Amo lo sport, ma al momento lavoro molto: per restare in forma mi sono comprata l’ellittica, una specie di tapis roulant per la casa. Corro 42 minuti al giorno: è la durata media di un episodio di una serie tv, così mentre sgambetto mi gusto una puntata. Ne sto guardando 40 diverse a settimana, devo ottimizzare il mio tempo».

«La visione dello “stivale” in Olanda – spiega Alessia – è contrastante: da una parte siamo ben visti perché lavoriamo molto bene e portiamo l’allegria nel cuore; dall’altra siamo presi in giro per le nostre disorganizzazioni croniche sui trasporti o sulle modalità di promozione del patrimonio artistico. A livello politico, una battuta me la fanno una settimana sì e l’altra pure».

«Mi manca la condivisione costante dei piccoli e grandi cambiamenti della vita con genitori e amici – dice parlando di Bergamo e dei suoi ricordi –. Mi consolo con Skype che ci permette di sentirci tutti i giorni. I maggiori problemi sono sul cibo, ogni tanto sogno un piatto di casoncelli».

E poi – strano a dirsi – il clima. «Qui piove quasi sempre, dal punto di vista meteorologico rimpiango anche l’afa d’agosto della Bassa bergamasca». Si parla, infine, di affetti: la cosa che più la emoziona dei suoi ritorni a Treviglio, è la nipotina di un anno e mezzo. «Quando dal vivo le chiedo “dov’è la zia Alessia?” mi prende per mano e mi porta al computer perché solitamente mi vede in Skype. A quel punto mi si apre il cuore».

Essere più vicini ai bergamaschi che vivono all’estero e raccogliere le loro esperienze in giro per il mondo: è per questo che è nato il progetto «Bergamo senza confini» promosso da «L’Eco di Bergamo» in collaborazione con la Fondazione della Comunità Bergamasca. Per chi lo desidera è possibile ricevere gratuitamente per un anno l’edizione digitale del giornale e raccontare la propria storia.

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Marco Bargigia

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