Giovedì 05 Aprile 2012

Pasqua, il vescovo in carcere:
dai detenuti tante richieste d'aiuto

Il legame speciale che il vescovo Francesco Beschi ha con i detenuti e le detenute della Casa circondariale di Bergamo si è rinnovato mercoledì pomeriggio con la visita in occasione delle feste pasquali, un incontro non formale, ricco di riflessioni ed emozioni.

Il vescovo, durante la preghiera nella sezione femminile ha confessato che «il carcere e l'ospedale sono le realtà che visito frequentemente, in nessun'altra parrocchia torno più di una volta all'anno». E don Fausto Resmini, cappellano del carcere, dando il benvenuto al vescovo ha confermato: «So che ti sta particolarmente a cuore la situazioni dei detenuti. So che qualcuno ti scrive e riceve puntualmente risposta da te».

Dalle detenute è stata espressa la paura di «sentirsi abbandonate, anche quando la società mostra un interesse purtroppo falso verso le condizioni del carcere. Infatti il decreto “svuota carceri” ha alimentato tante speranze andate deluse e non ha risolto il problema del sovraffollamento». I numeri parlano di 270 carcerati che hanno richiesto di poter finire di scontare gli ultimi 18 mesi di detenzione fuori dal carcere, 160 domande sono in attesa della risposta del magistrato competente. «Nel 2011 ne sono state accolte 21, altre 5 in questi primi mesi del 2012», spiega Antonino Porcino, direttore della Casa circondariale di Bergamo. «Oltre alle difficoltà dei molti articolati passaggi – ha scritto don Fausto Resmini nel messaggio letto al vescovo – c'è la paura, per chi può beneficiare della legge, di sbagliare, di non farcela. Ed allora meglio finire in cella il resto della pena. C'è pure il problema dei molti stranieri che non hanno casa né possibilità di accoglienza». Proprio rispetto ai detenuti non italiani «di altra lingua e fede, il vescovo per la sua statura morale e rappresentativa, diventa voce di chi non può avere riferimenti per farsi ascoltare».

Dalla sezione femminile monsignor Beschi si è recato nella chiesa per la celebrazione della Messa, cui hanno partecipato quasi duecento detenuti che hanno espresso la gioia di ritrovarlo tra loro. Attraverso il messaggio letto dal nuovo cappellano, don Battista Mazzucchelli, hanno espresso «il desiderio di vedere riconosciuti i diritti che spettano ad ogni essere umano. La sola detenzione non basta. C'è bisogno di costruire un reinserimento positivo nella società. Occasione importante è la scuola». E, per chi il carcere lo vive, un bisogno espresso con forza riguarda, oltre l'istruzione, il lavoro.

Il direttore Porcino ha messo in evidenza come le condizioni di detenzione a Bergamo siano migliori che altrove «con il centro di educazione agli adulti, il percorso sulla genitorialità, i corsi professionali e la collaborazione con istituzioni del territorio per una migliore qualità della vita». Qualità che passa anche attraverso la cura dell'edificio. Sono in partenza corsi per idraulici, muratori e imbianchini per 50 detenuti; obiettivo, oltre alla formazione, la manutenzione della struttura con interventi nei bagni e nelle docce.
A testimoniare la positiva collaborazione tra carcere e realtà esterna, la presenza dei direttori generali degli Ospedali Riuniti Carlo Nicora e dell'Asl Mara Azzi, oltre a quella del preside della facoltà di Scienze della formazione dell'Università degli Studi di Bergamo Ivo Lizzola.

Durante la giornata è stato ricordato il lavoro degli insegnanti, dei medici ed infermieri, delle suore e sacerdoti, della polizia penitenziaria, del comitato Carcere e territorio, dell'Opera Pia Caleppio Ricotti. Significativa, a conclusione della Messa, la lettura da parte di tre detenuti della «Preghiera di un carcerato» scritta da Paolo VI. Il vescovo ha concluso la sua visita nella terza sezione dove sono reclusi i detenuti in isolamento.

r.clemente

© riproduzione riservata