Martedì 28 Gennaio 2014

«Bergamo non mi ha mai compreso»

Parenzan, il grande cuore del pioniere

Christian Barnard e Lucio Parenzan erano grandi amici

di Alberto Ceresoli

L’intervista che segue è stata fatta al prof. Lucio Parenzan fatta in occasione del suo ottantesimo compleanno, nel giugno del 2004. Il professor traccia un «primo» bilancio della sua lunga attività. L’incipit dà esattamente l’idea di chi era il «professore».

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«Festeggio quarant’anni di carriera, non ottant’anni di vita. Quarant’anni di carriera a cui ne voglio aggiungere altri quaranta». Lucio Parenzan, che domani festeggerà il suo 80° compleanno, fa capire sùbito che di candeline sulla torta non ne vuole sapere, perché - sottolinea - «ho ancora tante cose da fare».

E in effetti l’agenda del «padre» della cardiochirurgia pediatrica italiana, del chirurgo che per primo operò le malformazioni congenite al cuore in neonati sotto i tre giorni di vita (i famosi «bambini blu»), è ancora piena zeppa di impegni.

Al «Maggiore» di Bergamo arrivò il 1° marzo del ’64, giusto 40 anni fa, una brillante carriera caratterizzata da tappe fondamentali non solo per la nostra città - la nascita di una chirurgia pediatrica, di una cardiochirurgia, del Centro di alta specializzazione in cardiochirurgia per la prima infanzia Inam (Istituto nazionale assistenza malattie), il secondo trapianto di cuore in Italia, eseguito quasi in contemporanea con il primo, quello al «San Matteo» di Pavia - ma per la medicina del nostro Paese e di tutta Europa.

Ma Bergamo ha davvero compreso tutti i suoi sforzi?

«No, e lo posso dire con certezza. Bergamo non ha mai capito fino in fondo quello che succedeva nel suo ospedale in quegli anni, quando tutto il mondo veniva qui. Sulla mia persona ci sono stati tanti dubbi, a cominciare dagli amministratori di quell’epoca, che si domandavano se “questo medico è bravo o va solo sui giornali”. La cosa che ha fatto più scalpore è stato invece il trapianto di cuore, niente rispetto a quello che abbiamo fatto con le malformazioni cardiache congenite nei bambini».

Dunque la sua soddisfazione più grande non è stato il trapianto di cuore.

«Questo è sicuro. Quello di cui sono più orgoglioso è di avere avuto l’intuizione che non solo i bambini piccoli si potevano operare al cuore, ma che si dovevano operare al cuore. Qui nel ’64 non c’era nulla, e dal nulla ho costruito il centro di riferimento italiano nel mondo per la cardiochirurgia pediatrica: di questo sono fiero, anche se ne nessuno lo dice. Il trapianto è fondamentale per un ospedale, perché in un ospedale che fa trapianti ci si può andare con molta più sicurezza che in uno dove non li si fa, ma dal punto di vista tecnico non l’ho mai considerato una gran cosa».

Cos’ha in mente allora per i prossimi quarant’anni?

«Voglio fare meglio di quanto fatto fino adesso: voglio migliorare l’attività della “Scuola internazionale del cuore”, aumentare lo sforzo umanitario in favore dell’associazione “Heart for children”, vedere cosa posso fare per aiutare la Scuola europea di cardiochirurgia, cercare di stare bene in salute, fare un giro per il mondo e scrivere un libro sugli uomini che hanno fatto la cardiochirurgia pediatrica in questi quarant’anni».

In quanti siete?

«Non ho detto che ci sono anch’io».

Lo dico io.

«Se lo dice lei, è un’altra cosa, possiamo anche essere d’accordo. Comunque una trentina di persone».

È sempre uscito soddisfatto dalla sala operatoria?

«Sempre no, ma nella grande maggioranza dei casi sì. Non si può vincere sempre in sala operatoria: c’è poca gente che può fare tutto bene, e io non appartengo a questi».

Ha dei rimpianti?

«Ciascuno ne ha, ma se devo essere sincero - forse sarà l’età - grandi rimpianti non ne ho. E non è certo un segno di intelligenza. Sarà che quello che ho mi basta e me lo godo: avrei potuto fare molto di più e meglio, oppure molto meno e peggio: è andata così».

Da dove nasce la passione per la cardiochirurgia pediatrica?

«Nasce improvvisamente in Svezia, a Stoccolma, nel ’56, dove mi trovavo per perfezionarmi come chirurgo pediatra. Lì sta nascendo la cardiochirurgia, la diagnostica delle cardiopatie congenite, è il posto dove viene scritto il primo libro sulla diagnosi delle malattie congenite di cuore, un libro bellissimo anche dal punto di vista editoriale, fatto con una carta che solo un Paese con tanti alberi come la Svezia si può permettere. Lì, in quei sei mesi d’estate, bellissimi, nelle giornate in cui il sole va giù alle undici e mezza di notte si rialza all’una del mattino, è nato questo amore e questa nuova idea. Per la verità gli amori erano due, uno per la cardiochirurgia, l’altro per l’urologia, per i reni. Due amori, uno seguito di più, l’altro passeggero, ma profondo, perché ho capito che era molto importante».

Com’è oggi la cardiochirurgia italiana?

«Direi buona, anche se ci sono troppi centri. La qualità è ottima e ci possiamo confrontare con quasi tutti nel mondo. Ma i centri sono davvero troppi, specialmente oggi, con una natalità in diminuzione e l’avvento della cardiologia interventistica. Non dico che il numero dei bambini da operare si sia dimezzato, ma si è sensibilmente ridotto e il rischio è che la qualità decada. Ci vorrebbero, come dicevo 25 anni fa, solo tre centri: uno al nord, uno al centro, e uno al sud, ma questo non è possibile e non succede da nessuna parte, o quasi. Bergamo è sempre in alto, ha ottimi risultati, forse non tanti casi come i 500 che avevamo noi, ma la cultura e l’esperienza sono ottime: non può restare senza cardiochirurgia pediatrica e ridurre l’attività di trapianto dopo tutto quello che è stato fatto qui».

Qual è il futuro della cardiochirurgia?

«Penso che se rimarrà così frazionata dovrà tornare a fare quello che faceva una volta, inglobando adulti e bambini. Ormai, con le conoscenze che si hanno, non dovrebbe esserci grossi problemi se si tornasse in questa direzione, anche se resto dell’idea che sarebbe molto meglio ridurre i centri, tenendo divisi i due settori. Ma come si fa a immaginare il futuro della medicina? Di sicuro si dovranno trovare più risorse e lavorare di più. Questo “metodo Bindi” è da rivedere: il fatto che in dieci giorni di ospedale il paziente veda dieci facce di medici una diversa dall’altra è una cosa terribile. Ma io per fortuna non sarò mai ministro della Sanità».

Le piacerebbe?

«No, perché non possono fare niente».

Con quale cardiochirurgo ha avuto maggior affinità?

«Albert Pacifico, di Birmingham, in Alabama, Stati Uniti. È stato il mio vero maestro, tecnicamente il più forte del mondo. Per dieci anni veniva a Bergamo una settimana in primavera e una in autunno: ci ha insegnato un mucchio di cose. Ci sentiamo ancora, ma viaggia di meno, e questo è stata una perdita per Bergamo».

Che ricordo ha di Barnard?

«Ottimo, fantastico. Grande signore, grande amico, grande persona per bene: ha fatto qualcosa che rimarrà nella storia, ma era di una gentilezza e di una modestia incredibile. Siamo stati tante volte insieme e, come tutti i padri vecchi, era innamoratissimo del suo ultimo bambino, avuto dalla quarta moglie».

In sala operatoria non ha mai «sentito» la presenza del Padre eterno?

«No. Mi sarebbe piaciuto rispondere di si, ma io non l’ho mai sentita, non ho mai avuto questo piacere, questa predilezione. Credo sia un atteggiamento proprio del chirurgo: se le cose vanno bene, il Padre eterno non c’entra ed è lui che ha fatto tutto; se non vanno bene, sarà colpa del Padre eterno. Non posso pensare che con la gente che muore sul tavolo operatorio c’entri il Padre eterno».

Grazie. Per gli auguri ci sentiamo tra vent’anni.

«Ok, questo è sicuro».

Alberto Ceresoli

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