Lunedì 13 Gennaio 2014

Editoriale, la nuova geografia vaticana

Il consenso popolare verso il Papa italo-argentino disegna una parabola sempre in ascesa. E la nomina dei nuovi cardinali ne rafforzerà il favore. L’assegnazione delle porpore a quattro curiali, a 12 residenziali con meno di 80 anni e a tre ultraottantenni – fra cui l’arcivescovo Loris Capovilla, segretario di Giovanni XXIII – conferma il desiderio di Francesco di dare più ampia rappresentatività alla Chiesa nel mondo. La «geografia cardinalizia» si allarga con cinque latinoamericani, due asiatici, due africani, un canadese.

Unico italiano residenziale è Gualtiero Bassetti, arcivescovo di Perugia, cui si affianca un altro europeo, il britannico Vincent Nichols.

C’è chi vede in queste «berrette» i possibili artefici della Chiesa del futuro, i tasselli di quell’ampio mosaico ecclesiale che il Papa «venuto dalla fine del mondo» va componendo dal giorno della sua elezione. Di certo c’è un allargamento degli orizzonti, uno sguardo più attento al Sud del mondo, soprattutto a quello marcato dall’impronta latinoamericana.

Del resto l’«Uomo dell’Anno», titolo attribuitogli dal Time, giunge da lì. Ma si peccherebbe nel pensare a favoritismi. Francesco – come ogni Papa – non può che scegliere uomini di fiducia, che conosce pienamente. E quei Paesi contano la maggiore presenza di cattolici.I cambiamenti sono inevitabili in queste circostanze. Ultimata la squadra di governo, assegnati i posti cruciali di Curia, consegnate le chiavi di Ior e Finanze a nuovi uomini, avviate le riforme, Francesco si appresta a dare maggiore impulso alla pastoralità della Chiesa e l’accelerazione della riforma della Cei, con l’assegnazione a Nunzio Galantino dell’incarico di segretario generale ad interim, è un segnale chiaro anche per i vescovi.

Il cardinale honduregno Maradiaga – a capo del Consiglio dei cardinali – conforta la nostra tesi: «Con Giovanni Paolo II è caduta la Cortina di ferro; Benedetto XVI ha messo salde fondamenta teologiche a cose fondamentali come l’amore, la speranza e la fede. Con Francesco è venuto il momento di avvicinare più il popolo di Dio attraverso l’affetto e anche attraverso cose semplici, ma essenziali per la vita cristiana che toccano i problemi di ogni giorno».

Papa geopolitico, così lo definiscono in tanti, Francesco vuole una nuova primavera della Chiesa. Ha forse pensato a un Concilio Vaticano III? Domanda legittima, ma la risposta la conosce solo il Pontefice. L’abbraccio delle folle, il camminare nelle periferie e nelle borgate, il tornare «ad gentes», le visite ai malati e ai carcerati – sull’esempio dei predecessori, primo fra tutti Giovanni XXIII – ci consegnano il calore di un Papa che si stringe ai fedeli, che abolisce le formalità, cancella protocolli, telefona di persona a chi gli scrive.

Ma occorre andare oltre questi gesti. Il 2013 è stato l’anno del passaggio delle consegne. Benedetto XVI si è dimesso. Il 2014 sarà tutto di Francesco. E l’alba del nuovo anno è già ricca di impegni. Il 22 febbraio l’imposizione delle berrette cardinalizie, poi la presentazione del lavoro delle commissioni di riforma dello Ior. Ad aprile le canonizzazioni di Roncalli e Wojtyla. A maggio il viaggio in Terra Santa. E ancora i viaggi attesi da India, Vietnam, Argentina e Uruguay.

A ottobre 2014 l’assemblea straordinaria del sinodo dei vescovi sulle «sfide pastorali della famiglia». Sarà l’autunno caldo del pontificato di Bergoglio, quando sul suo tavolo ci saranno le risposte dei fedeli alle 38 domande del questionario su temi attuali e scottanti: divorziati, convivenze, accesso ai sacramenti, omosessualità e altro ancora. Un anno di lavoro e nell’ottobre 2015 arriveranno le decisioni, le risposte che sembrano già intravvedersi in alcune parole nei discorsi di Francesco. Pronto a usare la medicina della misericordia invece che le armi del rigore. Nel segno del Concilio. E di Papa Giovanni.

Emanuele Roncalli

© riproduzione riservata