Sabato 06 Settembre 2014

L’editoriale

Quel folle viaggio da Bergamo al terrore

Quattromila dollari e la guerra santa. È il prezzo di tre soldati islamici nati nella nostra terra, cresciuti con i nostri figli, probabilmente padroni della nostra lingua che hanno deciso di arruolarsi nell’armata del Califfato. E di trasformarsi in terroristi tagliagole con un solo obiettivo: convertire i cristiani con il kalashnikov puntato alla nuca.

Più che sorprendere, una notizia simile crea un’angoscia profonda. Perché sembra impossibile che il figlio di un immigrato extracomunitario con una casa, un lavoro, un futuro dentro questa società possa scegliere di voltare le spalle a tutto per combattere una guerra fuori dal tempo. La più terribile delle guerre, quella che costringe migliaia di uomini, donne e bambini a cercare una salvezza a piedi attraverso le pietraie irachene, inseguiti da un esercito indemoniato che li perseguita per il solo fatto di pregare Cristo invece che Allah. Che li bracca, li raggiunge, li minaccia, li converte con la violenza o li uccide.

In ogni Stato d’Europa, in queste settimane, i servizi segreti setacciano elenchi, schede, video, informative per individuare e identificare nomi, volti, provenienze. Come confermano fonti dei servizi italiani tre di questi terroristi sono partiti dalla Bassa bergamasca. Nati qui, cresciuti qui e reclutati qui con quattromila dollari e qualche sogno di gloria a buon mercato. Giovani pescati e indottrinati da una cellula che è andata a cercarli laddove sono più grandi la fragilità, il disagio, la rabbia di chi si guarda le mani e le vede vuote.

Le immagini dei boia incappucciati mostrano al mondo quanta violenza e quanto fanatismo scorrano nelle vene dei terroristi dell’Isis. E quanta letale intolleranza faccia da collante a un conflitto religioso che non ha due contendenti di fronte, ma uno solo: chi pretende di combattere una guerra santa nel nome di un dio che non l’ha mai dichiarata. Non due contendenti, appunto, ma carnefici e vittime. I carnefici che pretendono di convertire con la minaccia, poi con la frusta, infine con le pietre o con le pallottole. E le vittime, soprattutto madri e bimbi piccoli, che pregano in chiese distrutte e chiedono ai piloti dei jet americani: «Bombardate noi, non loro. Meglio morti che schiavi».

Sappiamo da oggi che in quell’esercito ci sono extracomunitari partiti da qui, fra Zingonia e Treviglio. Ma sappiamo anche che l’Islam non è l’Isis e che da qualche giorno, in sordina ma con una forza evocativa enorme, la moltitudine di musulmani agghiacciati come noi dalle imprese di quei fanatici ha cominciato a reagire. Ad alzare la voce. E a utilizzare con efficacia gli stessi mezzi multimediali per mostrare al mondo una contrarietà, un’indignazione «senza se e senza ma». L’invito a bruciare le bandiere del Califfato sta prendendo piede in rete, sta diventando una marea che monta. E la forza degli arabi moderati, finalmente pronti ad alzare la testa e a prendere le distanze dal sangue e dalla violenza, può essere un’arma in più per arginare la follìa.

A queste persone s’è aggiunto ieri l’Imam yemenita a Bergamo: «È ora di dire basta a sedicenti predicatori di un Islam che propaga morte - ha detto -. E siamo preoccupati per le derive di altrettanti sedicenti fondamentalisti che speriamo non attecchiscano fra la nostra gente. Per questo abbiamo deciso di mobilitarci». Un cambio di passo che va concretizzato, che necessita di verifiche nei fatti. Ma un segnale certamente positivo che aiuterà tutti coloro che lo vorranno a impegnarsi per puntellare quel ponte fra civiltà talvolta vacillante davanti alle notizie di queste settimane. Perché la violenza genera paura. E la paura rischia di instillare in chi la prova il germe della violenza. Quattromila dollari per la guerra santa. Con un solo risultato: le mani più insanguinate di quelle di lady Macbeth. Perché le promesse non sono mai all’altezza della realtà, neanche per i soldati della jihad. Lo ha scritto il giovane genovese Giuliano Ibrahim Delnevo , partito per la Siria e indagato per terrorismo come reclutatore, in una lettera poco prima di morire. «Noi viviamo duramente mentre i capi sono sistemati in case o addirittura in alberghi con ogni comodità e buon vitto e non accampati in posti di fortuna e con scarsi rifornimenti». Una vita nella polvere con una sola compagna, la solitudine.

Giorgio Gandola

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