Martedì 04 Marzo 2014

Maxi retata contro la ’ndrangheta

Tre arresti anche in Bergamasca

La polizia in azione

La Polizia ha eseguito nella mattinata di martedì 4 marzo alcune decine di arresti in Lombardia e in altre regioni italiane al termine di un’indagine nei confronti di presunti appartenenti alla ’ndrangheta operanti in Brianza. In corso anche perquisizioni e sequestri di beni mobili, immobili e società per un valore di decine di milioni di euro.

L’inchiesta, condotta dalla Squadra mobile e coordinata dalla Dda milanese, ha portato all’emissione di 47 ordinanze di custodia cautelare. Gli arrestati sono accusati, a vario titolo, di associazione mafiosa, riciclaggio, usura, estorsione, corruzione, esercizio abusivo del credito, intestazione fittizia di beni e società. L’organizzazione, secondo quanto ricostruito dagli investigatori, avrebbe più volte fatto ricorso all’intimidazione e alla violenza mentre in più occasioni sarebbe intervenuta per pacificare i dissidi sorti all’interno della stessa organizzazione di ’ndrangheta o con altre organizzazioni criminali.

Tra le persone sottoposte a ordinanza di custodia cautelare in carcere ci sono anche Vincenzo Cotroneo, 41enne nato a Treviglio e residente a Calvenzano, Maurizio Morabito, 49enne calabrese di fatto residente ad Almè, e Ramon Giuseppe Stillitano, 30enne nato a Treviglio e residente a Misano Gera d’Adda.

Una vera e propria banca clandestina, in cui venivano riciclati i proventi delle estorsioni e dell’usura, grazie ad un’ampia rete di società ma anche alla collusione di imprenditori e di impiegati postali e bancari. L’hanno scoperta a Seveso (Monza) gli investigatori della Polizia, nell’ambito delle indagini che hanno portato a una serie di arresti nei confronti di presunti appartenenti alla ’Ndrangheta operanti in Lombardia che avevano assunto anche la reggenza della «locale» di Desio.

I capitali accumulati, hanno inoltre accertato gli inquirenti e gli investigatori, oltre ad essere esportati in Svizzera e a San Marino venivano reimpiegati dall’organizzazione attraverso l’acquisizione di attività economiche nel settore edilizio, negli appalti e nei lavori pubblici, nei trasporti, nella nautica, nelle energie rinnovabili e nella ristorazione. Secondo gli inquirenti, inoltre, i membri dell’organizzazione avevano anche organizzato una raccolta di denaro per sostenere i familiari di ’ndranghetisti detenuti.

Giuseppe Pensabene, il presunto capo del clan della ’ndrangheta radicata in Brianza smantellato con un’operazione della Dda di Milano, era «una sorta di “Banca di Italia”». Lo scrive il gip di Milano Simone Luerti nell’ordinanza di custodia cautelare riportando le parole di uno degli arrestati che così descrive in un’intercettazione il presunto boss. Pensabene e il suo gruppo criminale, spiega il gip, «hanno operato come una vera e propria banca clandestina».

Non è un’esagerazione affermare, scrive il gip nell’ordinanza a carico di 40 persone (21 in carcere e 19 ai domiciliari) «che Pensabene e il suo gruppo criminale hanno operato come una vera e propria banca clandestina, gestendo flussi di denaro liquido ingentissimi sicuramente di provenienza delittuosa, ed investendolo in operazioni finanziarie e speculazioni immobiliare illecite».

L’enorme disponibilità di denaro liquido, spiega ancora il giudice Luerti, «da parte di Pensabene Giuseppe giustifica pienamente, e rende perfettamente calzante, l’affermazione di Morabito Maurizio (uno degli arrestati, ndr), nel corso della conversazione ambientale del 03.08.2011, alle ore 16.54, quando, dopo avere riepilogato le consistentissime somme di denaro investite nei diversi affari, lo stesso Morabito definiva Pensabene come una sorta di «Banca di Italia». Morabito intercettato diceva: «ah, già stasera la devi vedere? Mannaggia ... ci vuole la Banca di Italia per davvero con te … e abbiamo bisogno della Banca di Italia? Tutti i giorni abbiamo … 50, 60, 30 …». Si riferisce, chiarisce il gip, «a somme di denaro contante variabili dai 30 ai 60 mila euro».

Tutti gli imprenditori lombardi entrati «in relazione» con la cosca della ’ndrangheta radicata in Brianza, smantellata oggi con un blitz della polizia, »hanno perfetta conoscenza della natura non solo illegale, ma anche mafiosa dell’attività» del presunto boss Giuseppe Pensabene e «cercano di trarre il maggior profitto dal rapporto illecito che instaurano, contenti di trovare una compiacente sponda ai propri disegni di egemonia economica». Lo scrive il gip di Milano, Simone Luerti, che ha firmato l’ordinanza.

«Nessuno degli imprenditori o commercianti vittima di usura ha mai presentato denunzia all’autorità giudiziaria». Lo scrive sempre il gip di Milano. L’omertà degli imprenditori, spiega il giudice, «si spiega chiaramente se si tiene conto della strategia intimidatoria tipicamente mafiosa, a volte esplicita e sfociata in concrete condotte estorsive, a volte più sottile ed implicita, esercitata dall’associazione mafiosa nei loro riguardi, strategia che ha determinato chiaramente un diffuso clima di soggezione e di omertà per i debitori usurati ed intimiditi». In altre parole, osserva il gip, «la presente indagine che si inserisce e costituisce integrazione e sviluppo delle altre rilevanti indagini dirette dalla Dda di Milano sul fenomeno della ’ndrangheta lombarda rende evidente come tale struttura criminale essenzialmente unitaria risulti essersi infiltrata» in taluni settori «strategici dell’economia nazionale».

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