Per la dieta del figlio vanno in Tribunale  «Caso unico», boom di clic sul web
Il menu conteso per il figlio tra genitori separati è diventato un caso nazionale

Per la dieta del figlio vanno in Tribunale

«Caso unico», boom di clic sul web

La notizia appassiona i media, boom di clic sul web. Il Tribunale di Bergamo: caso unico.

«Gestiamo un numero enorme di cause tra genitori separati, ma riguardano per la stragrande maggioranza il collocamento dei figli, il numero delle visite del padre o questioni economiche. È la prima volta che mi capita una lite per ragioni relative al regime alimentare del figlio». Del caso specifico il presidente del Tribunale, Ezio Siniscalchi, non parla (essendo stato anche il giudice presidente del collegio chiamato a pronunciarsi sulla vicenda). Tiene solo a precisare che si tratta di «un episodio del tutto marginale, nel mare magnum delle controversie di cui ci occupiamo». Marginale o no, la vicenda dei due ex coniugi bergamaschi, lei macrobiotica («ma non chiamatemi vegana!») e lui «carnivoro», finiti di recente uno contro l’altro davanti al giudice civile per stabilire la corretta alimentazione del figlio, ha sollevato un acceso dibattito e appassionato i media.

Con l’Associazione degli Avvocati Matrimonialisti Italiani che valuta negativamente il provvedimento: «Fino ad ora i giudici sono intervenuti per disciplinare l’affidamento dei figli, il loro mantenimento, le spese straordinarie ma ancora non si era deciso quante volte a settimana i figli dovessero mangiare bistecche, polenta o verdure. È il segno dei tempi. Da oggi in poi anche la dieta dei figli sarà oggetto di ricorsi tra coniugi in perenne lite giudiziaria», commenta sconsolato il presidente dell’Ami Gian Ettore Gassani, che ritiene «triste che due genitori debbano demandare ad un estraneo la decisione sull’alimentazione del figlio». La vicenda di Bergamo «ripropone la necessità di introdurre nelle procedure di separazione e divorzio la figura dello psicologo/mediatore che possa sostenere i coniugi in costante disaccordo ed evitare così l’eterna guerra dei Roses anche per futili motivi». E bisogna riflettere anche su un’altra questione: «La legge attribuisce al giudice un ampio potere discrezionale per la decisione di tutte le questioni che riguardano i minori, senza limitazioni. Non è peregrina l’ipotesi che in futuro sempre più scelte verranno affidate al giudice, ivi incluso il tipo di abbigliamento dei figli».

Al centro della storia c’è un ragazzino bergamasco di 12 anni, Francesco (nome di fantasia, a sua tutela) con genitori divorziati. La mamma dal 2006 non mangia la carne e ha sposato il regime alimentare macrobiotico. Il suo menù tipico: colazione con crema di riso, fetta di pane e marmellata fatti in casa, biscotti e té «bancha», pranzo con riso integrale al sughetto di verdure, legumi o pesce (solo se pescato), e contorno di verdure. A cena miglio, cous cous o pasta (rigorosamente macrobiotica) verdura di stagione e ancora legumi (o pesce). Niente carne, per una scelta etica. Dal lunedì al venerdì il figlio vive con la madre e, di conseguenza, segue lo stesso regime alimentare. Alla mensa scolastica (finché frequentava le elementari) gli servivano un menù vegano.

Quando l’ex marito ha saputo che anche Francesco seguiva una dieta macrobiotica, è andato su tutte le furie, accusando la moglie di aver scelto di testa sua, senza coinvolgerlo, e di privare il figlio di nutrienti essenziali per la crescita. Prima aveva pensato di risolvere la questione in maniera pratica: quando il ragazzino stava con lui, nel fine settimana, recuperava proponendogli carne. La divergenza tra ex coniugi è tale che, a un certo punto, la battaglia diventa a colpi di carte bollate. Fino allo scorso 16 aprile, quando la prima sezione civile presieduta da Ezio Siniscalchi si pronuncia, ratificando quello che sembra un accordo tra le parti: nel periodo in cui vive con la madre, il ragazzino dovrà consumare almeno una volta un pasto comprensivo della carne, mentre il padre si dovrà impegnare a non proporgli bistecche per più di due volte, nel weekend. Pace fatta? Il «forse» è d’obbligo, perché la madre dice di aver accettato per chiudere la questione, ma di viverlo «come un’ingiustizia» e un’imposizione.


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