Mercoledì 30 aprile 2014

Roncalli, Wojtyla e gli ebrei

Con la sua visita del 13 ottobre 1986 alla Sinagoga di Roma, primo Pontefice a pregare in un tempio ebraico, Giovanni Paolo II è stato protagonista di un passo irreversibile nella distensione dei rapporti tra cattolici ed ebrei, già avviata col pontificato di Giovanni XXIII (fu Roncalli nel 1959 a benedire gli ebrei che un sabato uscivano dal Tempio maggiore, come pure a sopprimere l’espressione «perfidi giudei» nella liturgia del Venerdì Santo) e sancita poi con la dichiarazione conciliare «Nostra aetate».

Ma in questi 28 anni, pur finita l’epoca delle contrapposizioni e delle accuse reciproche, non sono mancati gli intoppi nel dialogo e le impasse nel cammino di riavvicinamento.

Già in quel 1986, il 27 ottobre, i leader religiosi ebraici parteciparono alla storica giornata di preghiera per la pace voluta da Wojtyla ad Assisi. Sempre Wojtyla scrisse e parlò molto sul tema delle relazioni della Chiesa con gli ebrei e rese spesso omaggio alle vittime della Shoah in molte nazioni.

Nel marzo 2000, in Israele, si recò anche allo Yad Vashem, il memoriale dell’Olocausto, e toccò il Muro occidentale di Gerusalemme, uno dei luoghi più sacri del popolo ebraico. Una piccola battuta d’arresto si ebbe nel febbraio 2005, poco prima della morte di Wojtyla, quando nel suo libro «Memoria e identità», il Papa polacco sembrò comparare l’aborto all’olocausto. Un dirigente del Consiglio centrale ebraico tedesco definì il confronto inaccettabile, ma l’allora cardinale Joseph Ratzinger, prefetto dell’ex Sant’Uffizio, intervenne per dire che il Pontefice non metteva le due cose «sullo stesso piano» ma avvertiva solo che la malvagità alligna dappertutto, “anche nei sistemi politici liberali».

E’ proprio nel pontificato di Ratzinger, comunque, che si sono succeduti vari «incidenti di percorso lungo la via del dialogo», così li ha definiti il rabbino emerito di Roma Elio Toaff, che in alcuni settori della comunità ebraica sono rimasti come ferite tuttora aperte. In principio fu la riabilitazione della messa in latino, di rito preconciliare, e la riesumazione della preghiera del Venerdì Santo che invoca la «conversione” degli ebrei (poi comunque modificata). In seguito venne la revoca della scomunica dei Lefebvriani, tra i quali il vescovo britannico Richard Williamson, negazionista della Shoah. Quindi la ripresa del processo di beatificazione di Pio XII, che gli ebrei accusano di aver taciuto durante le persecuzioni naziste.

Tutti eventi che hanno fatto vivere un periodo di profonda crisi nei rapporti tra la Chiesa cattolica e il mondo ebraico.

«Con Benedetto XVI il dialogo tra cattolici ed ebrei è tornato indietro di 50 anni», ebbe a dire a inizio 2009 il rabbino capo di Venezia, Elia Enrico Richetti, presidente dell’Assemblea rabbinica italiana, annunciando che i rappresentanti ebraici avrebbero disertato l’annuale Giornata del dialogo promossa dalla Cei.

La china, comunque, è stata risalita. Anche Ratzinger, d’altronde, nel maggio del 2006 aveva visitato Auschwitz, anche lui, da tedesco, ha condannato innumerevoli volte il nazismo e la Shoah, anche lui in Israele ha reso omaggio allo Yad Vashem.

Benedetto XVI, inoltre, di Sinagoghe ne ha visitate addirittura tre, a Colonia (agosto 2005), a New York (aprile 2008), a Roma (gennaio 2010). Ha pregato insieme al rabbino Riccardo Di Segni anche visitando le Fosse Ardeatine il 27 marzo 2011. E possono essere lette come un’autentica «dichiarazione di pace» le lodi di parte ebraica - anche dal premier israeliano Benyamin Netanyahu - al secondo volume del «Gesù di Nazaret», in cui Ratzinger ha cancellato per sempre l’accusa di «deicidio» e riconosciuto a Israele il titolo di «popolo santo».

Ancora di più al bello si è volto il clima col pontificato di Jorge Mario Bergoglio, che già da cardinale a Buenos Aires vantava ottimi rapporti con la comunità ebraica locale. Uno dei primissimi gesti del suo papato, poche ore dopo l’elezione. è stata una lettera al rabbino capo di Roma, Di Segni. E molte altre esternazioni successive sono state sempre nel segno, ancora più che del dialogo, di un profondo legame con gli ebrei, ribadito anche nell’esortazione apostolica ’Evangelii gaudium’.

”Per le nostre radici comuni un cristiano non può essere antisemita», ha ripetuto più volte Francesco. E a livello personale, lui stesso tra gli amici più cari ha un rabbino, Abraham Skorka, rettore del Seminario rabbinico latinoamericano a Buenos Aires, con il quale ha scritto il libro «Il cielo e la terra».

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