Martedì 27 Maggio 2014

Se la Lega diventa più piccola

Il raduno della Lega a Pontida
(Foto by FotoBerg)

Dove va la Bergamasca? Sicuramente per la prima volta in modo netto ed incontrovertibile in direzione ostinata e contraria a quella Lega che per anni è stata una sorta di stella polare per l’elettorato. Del Carroccio e non solo. Poi, per carità, la Lega è per sua natura abituata a colpi di reni e a dare il meglio di sé nelle peggiori condizioni possibili. Prova ne è il fatto che a livello nazionale ha pure percentualmente guadagnato, riuscendo a mascherare in tal modo una perdita reale di consenso.

Ben evidente per esempio anche a Bergamo, dove l’emorragia non si ferma e vede il Carroccio tornare sotto quota 10, per la precisione ad un deludente 9,4%. In provincia il saldo segna almeno il 20% di sindaci in meno, a fronte dei poco più dei 50 di prima delle urne: chi vede il bicchiere mezzo pieno sostiene che comunque limitare le perdite sia già una vittoria, chi invece lo vede mezzo vuoto comincia a storcere la bocca. Come sui toni di una campagna elettorale che al tirar delle somme non hanno premiato granché il Carroccio: a meno che l’obiettivo fosse quello di una semplice politica di contenimento dei danni, invero inusuale.

Comunque la si voglia vedere, dietro le quinte si potrebbero riattizzarsi tensioni mai sopite, eredità del congresso di Brembate Sopra dello scorso anno che aveva riportato alla segreteria un Daniele Belotti che, tra le altre cose, ora deve fare i conti con un dati provinciale preoccupante: 20,49%, 12 punti in meno rispetto alle Europee di 5 anni fa. Si potrebbe obiettare che si tratti di un’era geologica orsono, ma si può controbattere rilevando come da allora i dati siano stati costantemente in discesa.

E se Atene piange, Sparta stavolta ride: il Pd si frega le mani con un incredibile dato provinciale che lo mette al primo posto in provincia al 38,35%, più del doppio dei voti delle ultime europee. Per qualche ora i più incauti hanno anche accarezzato il sogno di centrare Palafrizzoni (dove il dato dei 26 mila assenti al voto è agghiacciante) al primo colpo, dimenticando che il peso delle civiche si sarebbe fatto sentire e avrebbe inevitabilmente eroso consenso al Pd medesimo. Come poi è stato. Di certo la forbice tra centrosinistra e centrodestra si restringe notevolmente tra europee e comunali nel capoluogo, e il motivo ha solo un nome. Anzi due. Giorgio Gori e Franco Tentorio. Il primo pare non essere riuscito finora a mettere quel quid in più nella coalizione, confermando qualche perplessità nemmeno troppo latente circolata sulla sua designazione in origine. Il secondo ha invece confermato di avere un valore aggiunto frutto della propria storia politica e serietà, che Bergamo ha riconosciuto come peculiarità assoluta, estranea persino ai destini di un centrodestra in evidente difficoltà. E lo conferma il risultato ottimo della sua lista ad personam.

E qui il discorso si sposta sul deludente risultato di Forza Italia, che appare sempre di più allo sbando e soprattutto privo di un’organizzazione territoriale. L’avant-indré dal Pdl ha nuociuto in termini di voti e di diaspore varie, che non hanno premiato nessuna delle componenti dell’abortito tentativo di partito unico di centrodestra. I limiti dell’attuale organizzazione del partito e di una segreteria come sempre nominata e mai eletta cominciano ad apparire evidenti, soprattutto nel rapporto, assente, con il capoluogo. Una situazione che, sommata all’affanno della Lega, rende necessario un ripensamento del centrodestra nella Bergamasca. Dove invece proprio non riesce ad attecchire il Movimento 5 Stelle, realtà a livello locale molto distante dai toni arrembanti del suo leader, e che forse anche per questo appare più moderata che aggressiva nei modi. Il dato conferma sostanzialmente quello delle Regionali dell’anno scorso: una presenza interessante ma finora poco incisiva in termini di consenso. Lo confermano i dati di Palafrizzoni e anche quelli dei (pochissimi) Comuni nei quali i grillini si sono presentati.

di Dino Nikpalj

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