Indesit, la rabbia degli operai
«Come faremo ad andare avanti?»

Indesit, la rabbia degli operai «Come faremo ad andare avanti?»

«Da 35 anni sono in questa fabbrica e ne ho viste di cotte e di crude. Ma non mi era mai capitato di essere trattato in questo modo. Noi operai abbiamo dato tutto all'azienda e nel 2006 siamo arrivati a fare quasi un milione di pezzi all'anno. Tutti i soldi che abbiamo fatto guadagnare ai responsabili della fabbrica dove sono andati, visto che negli ultimi tempi non c'è stato alcun investimento? Oggi non si ricorda più nessuno cosa abbiamo fatto e per giunta ho dovuto apprendere da voci di corridoio dell'ipotesi di chiusura della Indesit a Brembate. Qui ci sono dei padri di famiglia che hanno bisogno di lavorare: mi devono spiegare il perché vogliono portare via questa fabbrica».

E' una delle tante voci, quella di Roberto Mazzoleni, degli oltre 400 dipendenti della Indesit di Brembate Sopra che rischiano di rimanere senza lavoro. Ieri davanti ai cancelli dell'azienda si è respirata un'aria pesante di rabbia mista a sgomento.

«A novembre – ha detto Elio Locatelli – compio 38 anni di attività alla Indesit. All'inizio ero nella catena di montaggio, poi sono diventato riparatore. Sono quasi due anni che facciamo cassa integrazione a turno, lavorando qualche settimana si e altre no. E' già da un po' che si parla di chiusura dello stabilimento e ora purtroppo questa voce ha tutta l'aria di essere vera. L'unica speranza che ci resta è di riuscire a salvare il salvabile, magari coinvolgendo il più possibile le istituzioni».

«Nel 1994 – ha sottolineato Marco Bonfanti – il signor Vittorio Merloni entrò in fabbrica annunciando grandi progetti grazie a un finanziamento dello Stato. Da allora non abbiamo visto investimenti e addirittura ora ci vengono a comunicare che l'azienda starebbe per chiudere i battenti. A questo punto aspettiamo di saperne di più, ma siamo piuttosto scettici sugli sviluppi perché è chiaro che è in atto una concentrazione delle sedi aziendali e di tagli agli organici. Per cui il futuro che ci attende è più che nero. Come fanno gli operai ventenni a pagare la mia futura pensione se anche loro vengono mandati a casa? E poi che prospettive potrà mai avere l'Italia se cominciamo a chiudere le fabbriche al Nord?».

«Oltre a me, anche mio marito lavora alla Indesit – ha detto Sara Togni, in compagnia del consorte Graziano Locatelli –: io da 13 e lui da 15. Dobbiamo far fronte al mutuo della casa, un'auto da pagare, senza contare che abbiamo una bimba di 9 anni e un'altra figlia di 19 che frequenta l'università. Mi chiedo come faremo ad andare avanti se aggiungiamo anche le spese quotidiane. In caso di chiusura dell'azienda verrebbero cancellati i nostri due stipendi, cioè tutto quello che abbiamo. Dico la verità, sono disperata».

«Da dieci anni – ha detto la giovane Patrizia Rota – faccio parte della linea di montaggio. Sono pessimista e molto preoccupata. Già percepiamo una miseria in cassa integrazione e riusciamo appena a cavarcela quando lavoriamo un paio di settimane al mese. Se poi venisse a mancare del tutto lo stipendio sarebbe un disastro».

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