Hillary, la corsa
taroccata via mail

Benedetta Russia, se non ci fosse bisognerebbe inventarla. È questo il mantra della presidenza Obama, anche adesso che si tratta di lanciare Hillary Clinton verso una presidenza che pareva garantita e, con grande sorpresa di tutti, viene ora messa in discussione da cavallo pazzo Trump.

Prima Obama poi la stessa Clinton hanno accusato i servizi segreti russi (o meglio: gruppi di hacker al loro servizio) di aver trafugato le circa 20 mila mail del Democratic national committee (Dnc), ovvero la segreteria del Partito democratico, che poi Wikileaks si è incaricato di diffondere.

Come si usa nei casi in cui serve un capro espiatorio, la presidente del Dnc è stata costretta a dimettersi. Una carta quasi obbligata, quella di Obama e soprattutto della Clinton. Perché l’aspirante presidente, e il presidente in carica che l’appoggia, di tutto possono parlare tranne che di ciò che quelle mail dimostrano. E cioè, che i vertici del Partito democratico hanno cercato in ogni modo di boicottare la corsa dell’unico altro pretendente alla nomination democratica, Bernie Sanders, e lo hanno fatto d’intesa con lo staff della stessa Clinton.

In altre parole: la corsa era taroccata fin dall’inizio, a causa di manovre certo immorali e quasi sicuramente illegali. In Italia molti tifano per la Clinton, quindi la cosa è stata fatta passare in secondo piano. Ma negli Usa è un problema serio, per i democratici. Intanto, non si trucca una gara in cui si è sicuri di vincere. Quindi la Clinton non si sentiva così forte rispetto a Sanders e questo getta un’ombra sulle sue capacità di vittoria finale. E poi: quali potentati volevano a tutti i costi favorire Hillary? Perché? In nome di quali interessi? Per la propaganda di Trump, che si propone come il candidato scomodo per l’establishment politico e finanziario (anche se è da dimostrare che lo sia), questa è manna dal cielo.

L’attacco alla Russia, oltre al resto, è anche un segno di nervosismo. È incredibile che il presidente e la candidata Hillary, che fu per quattro anni il suo braccio destro come segretario di Stato (2009-2013), pur di nascondere la truffa delle primarie descrivano gli Usa come una prateria aperta a qualunque scorreria informatica. La Casa Bianca controlla 17 agenzie di sicurezza e si appresta a spendere, nel 2017, mille miliardi di dollari per farle funzionare. James Clapper, l’ammiraglio che le dirige tutte, per due volte (in febbraio e in giugno) ha lanciato pubblici inviti ai candidati e ai loro partiti perché tenessero d’occhio i dati sensibili. Il che significa che in privato di inviti ne avrà fatti partire almeno venti.

È più che possibile che il Cremlino abbia provato a dare un’occhiata ai file dei democratici, e in particolare a quelli della Clinton, che è sempre stata coerente con la linea anti-russa dell’amministrazione Obama. Questo non stupisce. Lascia attoniti, invece, l’ipotesi che ci sia riuscito con tanta facilità. E la Clinton, quanto a spiate, ha poco da recriminare. Fu lei, da segretario di Stato, a teorizzare l’uso del web come arma strategica. Nel 2014, con la Clinton appena uscita dalla Casa Bianca, la Merkel fece espellere dalla Germania il capo locale della Cia. Il problema vero, dunque, non sono i servizi segreti russi, che fanno il loro mestiere proprio come i colleghi americani.

La vera questione è la debolezza del candidato forte. Hillary Clinton in teoria avrebbe tutto per trionfare (è stata First Lady, senatore, segretario di Stato, della politica conosce tutti i trucchi, è adorata dai militari e dall’industria della Difesa, piace a Wall Street, è donna…) ma non sfonda, non convince. Si scontra con la diffidenza di un’America profonda che non subisce il suo fascino e con quella dell’America metropolitana e cosmopolita che non vede in lei alcun segno di novità. E almeno in questo, il Cremlino e Putin non c’entrano nulla.

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