Riforma del catasto ed equità fiscale

Il rischio di crisi di governo sulla riforma del catasto, sventata per un voto di differenza, ma ancora incombente, è frutto di un sospetto, e in quanto tale indice di preoccupante fragilità per l’esecutivo di larga maggioranza. La materia del contendere è infatti di per sé innocua, trattandosi solo di avviare una ricognizione dei valori immobiliari entro il 2026, con l’impegno scritto di evitare ricadute fiscali fino a quella data.

Ma, su una materia delicata come la tassazione della casa, il centrodestra compatto, Brunetta escluso, non si fida, e fiuta l’essenza del problema, e cioè che, prima o poi, se un immobile acquista un maggior valore catastale, dovrà pagare una imposta superiore all’attuale. Poco importa se in compenso vi saranno immobili oggi super valutati che scenderanno le scale fiscali.

Il sospetto insomma è fondato, ma allora il vero problema è chiedersi se è giusto o no proporre la questione. E a noi pare giusto. Non possiamo in eterno andare avanti con l’ipocrisia di valori catastali spesso ridicoli e sottoporre chi compra e vende case alla doccia scozzese di aliquote alte ma basate su moltiplicatori irrisori. Liberiamo il dibattito sull’equità delle aliquote Imu dalla finzione. Si va avanti così da decenni, con l’aggravante di un catasto lasciato lì a prendere polvere nell’era della digitalizzazione, che comunque avanza e crea ulteriori scompensi e diseguaglianze territoriali.

L’Europa lo sa bene, e nel Pnrr presentato dall’Italia c’è una condizione ben chiara: se si vogliono ricevere aiuti addirittura senza restituzione, non si può più accettare questa presa in giro dell’aliquota alta su un bene svalutato. Il Parlamento ha approvato festosamente il piano ed è felice di ricevere in questi giorni la prima tranche dei miliardi di Bruxelles, il Consiglio dei ministri ha varato all’unanimità una scelta che fa parte di un ben più vasto progetto di riforma fiscale, ma poi in Commissione e speriamo non in Aula, i partiti vanno per conto proprio, ammiccando a questo o quel pezzo di elettorato. Lo stesso atteggiamento usato per la questione concorrenza, a difesa di interessi costituiti (balneari, ambulanti, tassisti, farmacisti) senza aver attenzione ai tanti, soprattutto giovani, che per l’uso di beni di tutti come spiagge e suolo pubblico, vorrebbero semplicemente partecipare ad una gara senza pagare sottobanco una licenza o aspettare un’eredità.

Le nostre città sono profondamente cambiate. Una casa che era considerata popolare nel centro di Milano o nei nuovi quartieri della movida pagava poche tasse perché valeva poco un cortiletto scuro, un appartamento a ringhiera, ma oggi a Brera o sui Navigli ci sono dei piccoli gioielli che modernizzano il passato. Una mansardina era una soffitta ed è impagabile oggi con vista sul Duomo. Non parliamo poi di vecchie cascine diventate dimore di lusso in Toscana o depositi di acqua diventate piscine da sogno.

Dunque, le imposte saliranno, ed è già grasso che cola il lungo tempo che è passato e la bellezza di altri quattro anni per arrivare ad una revisione delle aliquote, ponendo fine a metodi arcaici come il calcolo basato sui vani anziché sui metri quadrati, come fa qualsiasi agenzia immobiliare che mette in vetrina costi di mercato e magari informa già in partenza che il catasto è basso. Non si può fare marketing con il bilancio dello Stato.

Il governo Monti ci aveva provato con le cattive, aumentando l’Imu, ed è stato mandato a casa. Ora Draghi dà tutto il tempo della «ricognizione» per consentire almeno una meditazione. Usiamolo per dare un senso a parole di cui tanto ci si compiace, come giustizia sociale ed equità fiscale.

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