Troppo ricchi e il ricco
Gates chiede più tasse

C’è un ricco e pericoloso comunista che si aggira per l’America e l’Occidente, anche se probabilmente meno pervasivo e contagioso del fantasma del Manifesto di Marx ed Engels. Si chiama Bill Gates, il fondatore di Microsoft, la seconda persona (o la prima, dipende dalle classifiche) più ricca del mondo, con un patrimonio netto, secondo Forbes, di 108,8 miliardi. «Ebbene sì, sono troppo ricco e la mia ricchezza dimostra che c’è qualcosa che non va in America», commenta il magnate del software in un post diffuso in questi giorni, dal significativo titolo «Diseguaglianza nel prossimo decennio, cosa penso alla vigilia del nuovo anno».

Secondo Gates «la discrepanza che esiste negli Stati Uniti tra i redditi più alti e quelli più bassi è molto più alta di quanto lo fosse 50 anni fa». Tutto vero: stando ai calcoli del censo americano, la differenza tra ricchi e poveri è al massimo degli ultimi decenni. Dunque questo anomalo miliardario ha ritenuto opportuna una riflessione sulla sua ricchezza e di quella di altri pochi fortunati. Una decisione molto attuale vista la campagna che la candidata democratica alla Casa Bianca Elisabeth Warren ha lanciato contro i suoi connazionali ricconi (a cominciare dal riccone dei ricconi Donald Trump).

Naturalmente i soggetti entrati nel mirino della Warren l’hanno criticata aspramente, ostentando sarcasmo e ripugnanza. Tranne uno, appunto, la mosca bianca Bill Gates. Ecco il fulcro del suo ragionamento di politica economica, che va al cuore del capitalismo americano: «Alcune persone finiscono per fare grandi affari. Io, per esempio, sono stato ricompensato per il lavoro che ho fatto in modo sproporzionato, mentre ci sono tanti che lavorano duramente allo stesso modo e che fanno fatica ad andare avanti» ha scritto il miliardario americano. Che fare, dunque? «Sono a favore di un sistema fiscale in cui, se si hanno più soldi, è necessario pagare una percentuale più alta di tasse. Credo che i ricchi dovrebbero pagare più di quanto paghino oggi, inclusi me e mia moglie Melinda». Per la precisione, «ci dovrebbe essere una tassa sui guadagni in conto capitale (plusvalenze), ovvero una tassa sui soldi accumulati facendo investimenti «che dovrebbero colpire i più ricchi, anche perché nessuna delle persone più ricche al mondo ha fatto una fortuna soltanto con il proprio stipendio». Come si vede, Gates si riferisce al fulcro stesso del capitalismo, a quell’effetto leva che permette a chi dispone di grandi risorse di moltiplicarle in modo esponenziale attraverso semplici investimenti, e non con la fatica del suo intelletto e del suo corpo.

Gates suggerisce dunque al governo di «trasferire il carico fiscale più sul capitale che non sul lavoro». Rendendo quell’aggettivo, esponenziale, un po’ meno esponenziale. È dalla crisi del 2008 che si parla di una riconsiderazione delle regole della finanza, di nuove norme e regole per un’equa redistribuzione della ricchezza. Ma finora appena si parla di patrimoniale, o di effetto leva della finanza sproporzionato, di disuguaglianze tra ricchi e poveri, o ancora di retribuzioni abnormi per certi manager si rischia di venire respinti come un pericoloso comunista. Le tasse si sono abbattute sul ceto medio. Nonostante la crisi mondiale i miliardari sono più ricchi che mai e la ricchezza è concentrata in poche mani. Ci sono 61 – dicasi 61 – individui che detengono la ricchezza di 3,8 miliardi di persone. Una concentrazione da cui l’Italia non è immune. A metà 2018 il 20% più ricco degli italiani possedeva il 72% dell’intera ricchezza nazionale. E a livello mondiale il 5% dei più ricchi è titolare della stessa quota di ricchezza del 90% più povero. È interessante che a reclamare maggiori correttivi sia proprio uno dei protagonisti. Ma Gates è un tipo molto particolare e coerente con quel che dice: in 20 anni ha donato qualcosa come 45 miliardi di dollari in attività filantropica. Ce ne fossero.

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