Strage di via Palestro, indagata una donna: «Guidava l’auto-bomba». Lei: non sono io

Albano Sant’Alessandro Dopo 29 anni, perquisizione nella casa di una 57enne, che finì in cella per droga nel 1992. Il raffronto fra un identikit e la sua foto segnaletica ha portato a lei. Il compagno in cella per estorsioni a imprenditori. L’avvocato: «La mia assistita è caduta dalle nuvole». Sarà interrogata la settimana prossima.

Strage di via Palestro, indagata una donna: «Guidava l’auto-bomba». Lei: non sono io
Forze dell’ordine sul luogo dell’attentato nel 1993
(Foto di Ansa)

È accusata di aver guidato la Fiat Uno imbottita di tritolo che venne parcheggiata in via Palestro a Milano il 27 luglio 1993 ed esplose causando cinque vittime. Per questo motivo, a quasi 29 anni di distanza, mercoledì i carabinieri del Ros di Firenze hanno bussato alla sua porta, in un’abitazione di via Torricelli ad Albano Sant’Alessandro, a caccia di indizi, soprattutto foto datate, che possano supportare quelle che per ora sono ipotesi investigative. Sospetti che Rosa Belotti, 57 anni, difesa dall’avvocato Emilio Tanfulla, respinge con forza.

Indagata per strage

La donna risulta iscritta nel registro degli indagati per associazione di stampo mafioso finalizzata alla strage, con le aggravanti di aver agito per finalità di terrorismo e di eversione e per agevolare l’attività di Cosa Nostra nell’inchiesta della Procura di Firenze che ha già portato alla condanna definitiva dei mandanti degli attentati, mafiosi del calibro di Totò Riina, Bernardo Provenzano, Leoluca Bagarella, i fratelli Graviano e Matteo Messina Denaro. In particolare, due sono gli episodi oggetto degli accertamenti, la strage di via Geogofili del 27 maggio 1993 a Firenze e quella di via Palestro di due mesi più tardi, che rientravano in una serie di attentati - tra cui quelli tentati ai danni di Maurizio Costanzo il 14 maggio e alle Basiliche di San Giorgio al Velabro e San Giovanni, nella notte tra il 27 e il 28 luglio - ordita dalla cupola di Cosa Nostra per costringere lo Stato a trattare sull’articolo 41 bis, e cioè il carcere duro per i mafiosi. Quel 27 luglio 1993 due testimoni videro, come recita il decreto di perquisizione, «una donna sui 30 anni, di bell’aspetto, slanciata e alta, portare detta vettura (la Fiat Uno, ndr) in via Palestro». Un poliziotto il 29 settembre 1993, nel corso di una perquisizione di un villino di Alcamo, nella disponibilità di due ex carabinieri, dove furono sequestrate armi e munizioni (ritenute far parte dell’arsenale della Gladio di Trapani), trovò «all’interno di un volume di una enciclopedia risposto nella libreria», «la foto di una donna rimasta sconosciuta».

L’identikit e la foto

Quell’immagine, secondo il testimone, era simile all’identikit della donna vista in via Palestro poco prima che l’auto esplodesse. Lo scorso anno, con il sistema C-Robot, che consente la comparazione tra identikit e foto segnaletiche, gli inquirenti hanno individuato la foto di Rosa Belotti scattata nel 1992 al momento dell’arresto. Nel luglio di quell’anno la donna, che fino a un paio d’anni fa gestiva due negozi di abbigliamento in Borgo Santa Caterina a Bergamo, era infatti finita in manette per un traffico di cocaina insieme ad altre 9 persone, compreso il compagno Rocco Di Lorenzo, casertano di Mondragone, ora 65enne, all’epoca gestore di un bar a Scanzorosciate.

Di Lorenzo è attualmente in carcere per scontare gli 11 anni rimediati (anche in appello) per estorsione ad alcuni imprenditori della Bergamasca: con altri campani e un albanese avrebbe messo a segno una serie di riscossione crediti con argomenti da codice penale. Di Lorenzo nel decreto di perquisizione emesso nei confronti della sua convivente viene dato come «vicino al clan La Torre di Mondragone». Ma è una foto di Rosa Belotti risalente al 1989 e contenuta in un fascicolo dei carabinieri di Bergamo, che, raffrontata con l’identikit della donna misteriosa di via Palestro, «ha condotto a non escludere la riconducibilità di quest’ultimo alla foto dell’indagata». Sono stati infatti individuati «molto forti elementi a supporto dell’ipotesi di riconducibilità delle due immagini a un medesimo soggetto femminile». Belotti, alta 173 cm, era stata scarcerata nel marzo del 1993 e all’epoca aveva 29 anni. Uno dei due testimoni, che vide la donna misteriosa quando scese dall’auto e quando raggiunse il lato passeggero, «ha riconosciuto – si legge nel decreto – nella foto di Rosa Belotti tratti di similitudine con quelli della donna che ha visto sull’auto il 27 luglio 1993».

La perquisizione nell’abitazione

La perquisizione è stata disposta per cercare foto di quegli anni, ma anche «documentazione, formale o informale, cartacea anche in forma di appunti e/o ricevute, o digitale, idonea a verificare l’ipotesi delittuosa e i rapporti con le persone indicate nell’ipotesi di reato, anche attraverso le comunicazioni mediante sistemi di messaggistica istantanea (quali whatsapp, telegram, messenger, voipe, skype, face time, viber ecc.)» Ieri, in tarda mattinata, all’esterno dell’abitazione di Rosa Belotti, si è formata una piccola folla di giornalisti e fotografi. La 57enne ha allontanato in modo brusco la quasi totalità dei cronisti. La presenza delle forze dell’ordine, mercoledì mattina, non è sfuggita ai vicini di casa. «Uscivo per andare al lavoro ho visto una macchina dei carabinieri parcheggiata qui fuori. Era presto, sicuramente prima delle otto», racconta un signore. Un’anziana dice che non è la prima volta che succede di vedere carabinieri a casa della 57enne. La prossima settimana Rosa Belotti verrà interrogata dai pm di Firenze. «La mia assistita è caduta dalle nuvole», si limita a dire l’avvocato Tanfulla.

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