Domenica 15 Giugno 2014

Il giorno più lungo

Immagine dello sbarco in Normandia

È stato ricordato in questi giorni l’anniversario della «battaglia delle spiagge», che nel ‘44 in Normandia diede la svolta alla liberazione dal nazismo. Cifre impressionanti: solo nel «giorno più lungo», il Dday dello sbarco, furono più di 10.000 i soldati morti, feriti o dispersi fra gli Alleati. Un dato che ad agosto era salito a 226.000.

Una tragica contabilità, un prezzo alla libertà «messo in conto» da chi pianificò l’operazione e da chi sopportò quel supremo sacrificio nonostante si trovasse (come americani e canadesi) dall’altra parte del mondo.

A settant’anni di distanza, ad annacquare da noi il ricordo di quei caduti non c’è soltanto l’oblio del tempo. C’è il senso sconfortante di abissale distanza con quanto viene regolarmente «messo in conto» quando nel Bel Paese ci si trova davanti a una grande impresa, certo non bellica, ma non per questo meno importante.

Ci sia all’orizzonte l’Expo oppure il Mose di Venezia, l’unica cosa che si riesce a «mettere in conto» sono le migliaia (addirittura i milioni) di euro da spartire fra chi siede al tavolo. Nel 1944 si dovevano necessariamente calcolare i morti, qui si calcola la cresta.

«Il giorno più lungo» fu, nei primi Anni ’60, un epico film, con celebri citazioni che ispirano un parallelo. Sottoscriviamo tutti il «Signori, la guerra la cominciamo da qui» di Henry Fonda. Tanti alle recenti elezioni hanno indirizzato a Renzi la voglia d’aria fresca, quel «Ragazzo portami in collina» con Robert Mitchum chiude il film.

L’auspicio? Che fra i politici nessuno voglia continuare a far propria la frase di John Wayne: «Reggerete finchè non vi sostituiranno». È ora di alzare bandiera bianca.

Gianbattista Gherardi

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