Mercoledì 02 Aprile 2014

Un anno dopo la morte di Ruggeri
Alessandro:«Vi racconto mio papà»

Ivan Ruggeri

Accende un’altra sigaretta nel salotto della villa in Maresana, con le volute di fumo che danno l’impressione di levarsi insieme ai ricordi. Alessandro Ruggeri racconta di suo padre, di un anno senza suo padre, parlando da figlio e da ex baby presidente dell’Atalanta.

Come sono stati questi ultimi 12 mesi?

«Diciamo che ci sono stati tanti cambiamenti. Non solo nell’ultimo anno, ma anche nel 2008, quando papà è stato male. Sono due mancanze, due choc differenti, ma significativi».

Racconti.


«Che dire? È mancato tutto, perché lui era a casa, era qui, circondato da persone che gli volevano bene. Perciò, anche se era in quelle condizioni, era comunque un punto fermo, una presenza importante per noi, per me, mia sorella, mia madre, mio nipotino. Anche solo per fargli una carezza, stare con lui, parlargli. Ovvio che manca».



Durante la malattia non vi siete mai abbandonati al pensiero della morte come fine della sofferenza?


«Negli ultimi tempi papà ha sofferto molto e vederlo così per noi era molto difficile.Ha sempre sofferto dall’inizio, ma in particolar modo nell’ultimo periodo. È ovvio che non si sa mai cosa pensare. Da una parte si tende a essere egoisti: l’importante è che lui sia qui, ti dici. Dall’altra vederlo soffrire in maniera disumana da anni non è semplice».

È stato un calvario per lui. E per voi?

«Durissima, soprattutto per mia madre, anche se è una donna straordinaria. È stata accanto a mio padre dal primo all’ultimo attimo per 15 ore al giorno, anche 24 quando serviva. Io ho un lavoro, mia sorella anche. Ma mia madre era qua. Quando papà è stato in clinica a Pavia per un anno, lei partiva alle 7 del mattino e tornava alle 21 per stare accanto a noi».

Da che cosa vi rendevate conto che suo padre soffriva?

«Lo vedevi dalle espressioni, dai battiti che aumentavano, mentre in altre situazioni era tranquillo».



Non c’è mai stato un momento in cui avete pensato che si sarebbe ripreso?


«Come in tutte le cose... Io non auguro a nessuno di provare certe situazioni. Quando ti succede ti si apre un mondo, che pensavo non esistesse. Sai, andavi negli ospedali e vedevi certe situazioni, ma le guardavi in maniera asettica, terza. Viverle è cosa particolare. Perciò la speranza... dai , la speranza c’è sempre stata dall’inizio». 

I medici però erano stati subito chiari.


«Inizialmente ci avevano detto che non sarebbe arrivato al giorno dopo. La situazione era molto critica. Se c’è una persona che però non ha mai mollato è mio padre. È rimasto sempre attaccato alla vita sino all’ultimo istante. Pur nella sofferenza, legato alla vita in modo incredibile. E se mio padre ha tanto insegnato a me come persona e come figlio nei 21 anni che sono stato accanto a lui, lo ha fatto soprattutto negli anni in cui è rimasto in un letto di ospedale o immobilizzato qui a casa».



Una lezione pur non riuscendo a comunicare?

«Sì, perché comunque ci ha trasmesso tanto. Ripensando a quello che gli è successo, scopro che tante volte vediamo situazioni e problemi, lavorativi e di altro genere, che alla fine non sono problemi. E ancora oggi quando mi trovo in momenti particolari penso a quello che ha passato papà, a quello che ha provato e a quello che mi ha insegnato. E dico: in fondo sono tutte stupidate. La vita è questa e va avanti lo stesso, c’è sempre una soluzione».



Lei parlava a suo padre pur mettendo in conto che poteva non capire?

«Tante volte si aveva la percezione che non capisse, altre invece che capisse e gli mancasse la parola. Non sai mai se era meglio che capisse oppure no. Ci parlavamo, certo: tutti i giorni, anche quand’era in ospedale. Mi ricordo che gli facevamo sentire anche le radiocronache di Corbani».

E lui reagiva?


«All’inizio non era neanche sveglio. Sicuramente non percepiva. Non siamo mai riusciti a sapere se capiva o no. Anche i medici ci dicevano che è una cosa soggettiva, sensazioni al cospetto di un’espressione o di certe situazioni che i familiari interpretano. Purtroppo, non esiste una macchina che dice se in quelle condizioni di salute uno può capire».



Oltre alle radiocronache della sua Atalanta, lo stimolavate in altro modo?

«Presenza e amore. Anche essere a casa sua era uno stimolo, ce lo dicevano i medici».



E quando parlava a suo padre immobilizzato, quelle parole servivano più a lei o a lui?


«Non facevo di questi calcoli: non gli parlavo perché serviva a lui o a me, ma perché mi veniva di parlargli. So che è difficile parlare a una persona che sai non può rispondere, soprattutto all’inizio. Ma poi, col tempo, sono riuscito a farlo in modo spontaneo».

Come siete usciti da questa esperienza?


«Guardate che questa è stata una cosa terribile per lui, non per noi. Certo, abbiamo sofferto perché viene a mancarti un marito, un padre, un nonno, perché lui era un pilastro. Ma la difficoltà non è la nostra, è stata la sua. E lui ha sofferto molto: se non va in Paradiso mio padre, non ci va nessuno».



Poi c’è quel senso di impotenza davanti a uno che soffre.


«A livello medico le abbiamo tentate tutte. Ma credo fosse destino».

Perché?


«Ora vi racconto. Mio padre ha cominciato a stare male il sabato (12 gennaio 2008, ndr). Poi la domenica della partita contro la Roma ha accusato un mal di testa che non gli è più passato. Aveva anche conati di vomito. Il lunedì è andato dal medico a farsi visitare: il dottore gli ha detto che era una specie di sinusite».



Questa rassicurazione vi aveva tranquillizzato?

«Io continuavo a essere preoccupato: mai capitato di vedere che mio padre stesse a casa un giorno dal lavoro. Mercoledì mattina (16 gennaio 2008, ndr)gli ho detto, in modo scherzoso: datti una regolata perché dobbiamo andare a Zingonia. È il giorno in cui si è sentito male. Se avesse accusato il malore un minuto prima di andare sotto la Tac, magari si sarebbe potuti intervenire subito e le cose sarebbero andate diversamente. Ecco perché parlo di destino».

Questo è riuscito ad accettarlo?

«Devi. Non ci sono altre strade».

Nella gestione dell’Atalanta l’aveva coinvolta suo padre o era stato lei a insistere?


«È stata una cosa mia. Finita la scuola a 19 anni non ho voluto fare l’università, perché pensavo che l’università migliore fosse star accanto a una persona come mio padre, che dal nulla ha creato qualcosa di importante. Penso che non ci siano studi che valgano tanto».



Il figlio del presidente, chissà che tappeti rossi a Zingonia.

«Macché, sono arrivato in punta di piedi nel 2007 e ho iniziato a occuparmi anche del centenario dell’Atalanta. Volevo capire ogni singolo aspetto di una società di calcio, dall’organizzazione delle cene al marketing, al modo di lavorare di Osti (Carlo, ex ds, ndr) e di Giacobazzi (l’ex dg Cesare, ndr). Ero interessato a tutto, non volevo fossilizzarmi su un ruolo».



Lavorava con l’idea che un giorno sarebbe diventato presidente?


«No, non facevo calcoli. Per me l’importante era stare accanto a mio padre per cercare di “succhiare” il più possibile dal suo sapere e dal suo intuito».



Ma suo padre le aveva mai prospettato il passaggio di consegne?


«No».



Fatto sta che lei si ritrova presidente nel 2008.


«Prima amministratore delegato e, dopo qualche mese, presidente».



Come vive quel passaggio di consegne obbligato e drammatico?

«Ero a Zingonia, stavo aspettando che mia madre mi chiamasse per darmi notizie dall’ospedale dove papà stava facendo la Tac. All’improvviso mi richiama un medico col numero di mia madre: a quel punto ho capito che era successo qualcosa di grave».



Al di là dell’angoscia per suo padre, come è stato ritrovarsi a capo dell’Atalanta a soli 21 anni?


«Eh, dura... Anche perché mio padre era un punto di riferimento per tutto. Non era persona che delegasse molto e all’Atalanta dedicava almeno 4 giorni la settimana. Dura, perché una società di calcio non è un’azienda che, se va in difficoltà, può decidere di diminuire la produzione. Il calcio deve avere continuità. E io il giorno dopo ero a Zingonia a parlare con la squadra per dare questo segno di continuità».



Chi le è stato vicino in quei momenti?


«I giocatori li devo ringraziare tutti: hanno capito la situazione e svolto il lavoro da professionisti. Ricordo la gara col Genoa, 4 giorni dopo: abbiamo perso, ma che partita».



C’è un giorno in cui suo padre è stato più felice del solito?

«Quando aveva acquistato tutta la società da Miro Radici e quando siamo rientrati dalla trasferta di Catanzaro (6/5/06, ndr) con la promozione in tasca. Mio padre ci aspettava a Zingonia con i tifosi».



I momenti più tristi?

«La retrocessione con Delio Rossi, quella tra gli applausi, nel 2005. Io avevo 18 anni e mi ero messo a piangere. Una delle cose che mi ricorderò per sempre è lo schiaffetto che mi ha dato mio padre: “Cosa piangi a fare? – mi ha detto –. Guarda che da domani si ricomincia”. Questa è sempre stata la sua forza: infatti, siamo retrocessi 4 volte e per tre volte siamo risaliti subito in A».



C’è un episodio che l’ha particolarmente turbata da quando è entrato nel mondo Atalanta?


«La morte di Pisani. Ero piccolo, rimasi sconvolto. Fu la prima volta che vidi mio padre piangere».

Cosa pensa di aver preso da suo padre?

«Intanto, sono un po’ testone come lui. Sinceramente, spero di aver preso tanto e di poter fare anche una minima parte di quello che ha fatto lui».



Quanto pesava a suo padre la mancata riconoscenza della città?

«Non lo dava a vedere, ma è ovvio che per lui era un peso. Mio padre ha sempre tenuto tutto dentro. Esternava poche volte e quando lo faceva non era voluto».

Nessuna iniziativa pubblica per ricordarlo.


«Il Comune di Bergamo quando morì fece una commemorazione in Consiglio, a Telgate gli è stato intitolato un torneo. Mi ha fatto piacere».



Pochino, non ritiene?


«No, io non mi aspetto nulla. Per me mio padre è quello che mi ha dato tantissimo, le altre sono cose che se vengono bene, altrimenti bene lo stesso».



E i tifosi?


«Mi incontrano in giro e mi dicono: “Tuo padre è stato un grande”. Ne vado fiero, di questo».



Non potevano dirlo anche prima quand’era vivo?

«Mio padre non è mai stato uomo che aveva bisogno di sentirsi dire bravo. Lui mirava a ottenere i risultati: se li raggiungeva voleva dire che era stato bravo».

Lei avrebbe qualche idea per ricordarlo?


«Ho in cantiere un libro sulla sua storia con tante testimonianze di persone che lo hanno apprezzato in modo silenzioso».



L’operazione del ritorno di Doni nel 2006 è stata una scommessa vinta.


«Sì, vinta da mio padre. C’era scetticismo: un altro cavallo di ritorno, l’accusavano. E anch’io ero tra gli scettici».

Le operazioni sbagliate?


«L’anno di Comandini, Saudati, Sala, Rinaldi con Beppe Marotta, che oggi è il miglior dirigente italiano. Avevamo venduto Zenoni e Pelizzoli, che avevano ingaggi bassi, e comprato giocatori costosi e con stipendi importanti. Mio padre voleva fare il salto, andare in Europa. Doni non l’aveva ceduto anche se piovevano le richieste. Retrocedemmo e furono anni pesanti dal punto di vista economico, perché al di là dei miliardi spesi per gli acquisti, i contratti quinquennali dei nuovi arrivati incidevano parecchio. Ma la vera delusione è stato Costinha».

Ah, già: ce n’eravamo dimenticati.

«Io no».

Uno sfizio di suo padre?


«Avrebbe voluto riportare Inzaghi all’Atalanta».

Colpi sfiorati?

«Lavezzi, avevamo quasi chiuso. Poi è arrivato il Napoli. Marino (Pierpaolo, attuale dg atalantino, ma all’epoca al Napoli, ndr) lo vedo spesso e ogni volta glielo rinfaccio: “Direttore, ci ha fregato Lavezzi”».



Allenatori: chi piaceva di più a suo padre?


«Colantuono , Delio Rossi, Del Neri. Con quest’ultimo si sono piaciuti in 5 minuti. Erano simili».



Nell’anno dell’ultima retrocessione perché la scelta per la panchina ricadde su Gregucci?


«Brutta da dire: è frutto di diverse situazioni. A maggio avevamo chiuso con Conte.Ma poi ci disse che preferiva restare a Bari per riconoscenza verso la famiglia Matarrese. Tenete conto che in quel periodo a Bari c’erano le elezioni. Poi avevamo contattato Ballardini che però andò alla Lazio. Infine Allegri, ma Cellino non lo lasciò libero. Così ci indirizzammo su Gregucci».

Fu un anno di contestazione dura . Mai pensato: ma chi me l’ha fatto fare?


«No. Speravo ancora che mio padre potesse riprendersi per tornare dietro le quinte e crescere con calma».


È riuscito a capire tutte le ragioni di quella contestazione?


«La contestazione dei tifosi alla mia famiglia è iniziata tanti anni prima. Quanti anni mio padre è stato lasciato tranquillo in 14 di Atalanta? Quattro al massimo».



Però lei non era stato accolto male come presidente. Forse era la giovane età o l’effetto dell’emozione per quanto successo a suo padre?


«All’inizio sì, c’era fiducia»

.

C’è stato episodio o una data in cui rapporti con gli ultrà s’incrinarono?


«Da gennaio 2010 in poi la situazione è andata peggiorando, anche per i risultati sportivi».



Gli ultrà le avevano spiegato che contestavano perché volevano una mossa dalla squadra o perché voleva no che cedesse la società?


«Non ve lo so dire. Leggevo i volantini. Posso solo dire che ho lasciato una società sana, senza debiti, con centro sportivo, un settore giovanile e giocatori importanti come Baselli, Bonaventura e Consigli».



Suo padre in passato non aveva contribuito a calmare gli animi col suo carattere burbero. Rispondeva «L’Atalanta l’è la mé» a chi lo criticava.


«Era un concetto di gestione aziendale: io gestisco, gli altri critichino pure. Io quando sono entrato in società gli dicevo: “Papà, dobbiamo essere un po’ più morbidi. Smorziamo i toni, abbassiamo i prezzi dei biglietti”. Però oggi dico: faceva bene mio padre. Tanto sono i risultati che ti dicono che sei bravo o no, risultati sportivi ed economici. E dopo aver vissuto certe situazioni, oggi la vedrei sicuramente come lui: i tifosi devono fare i tifosi, i giocatori i giocatori e la società la società».



Se suo padre fosse rimasto in salute avrebbe venduto l’Atalanta?


«Non so dire. Sicuramente dopo Atalanta-Milan, la partita del tombino, lo scontro con la tifoseria s’era accentuato e lui era esasperato. Però da lì a vendere... E poi bisognava trovare chi comprasse. Perché a Bergamo da 40 anni a questa parte sono sempre stati quei nomi: Bortolotti, Percassi, Ruggeri e Radici».

Lei la ricomprerebbe?

«No, oggi non ci penso. Penso sia in mani giuste e mi auguro che resti alla famiglia Percassi per tanti anni».



Segue l’Atalanta da tifoso?


«La guardo in tv quando posso. Allo stadio? No, anche se il presidente mi invita tutti gli anni. Mi fa piacere che stia facendo risultati importanti. Magari allo stadio ci tornerò. Comunque, anche se sto facendo qualcos’altro, qui a casa quando segnano i nerazzurri sento il boato dello stadio» .

Roberto Belingheri e Stefano Serpellini

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