Caso Yara, la Corte nega alla difesa di Bossetti l’accesso ai reperti
Massi2018mo Bossetti, in uno scatto del 2018

Caso Yara, la Corte nega alla difesa di Bossetti l’accesso ai reperti

Richiesta negata: i difensori del muratore di Mapello, in carcere per l’omicidio di Yara Gambirasio, non potranno accedere ai reperti del processo concluso con la sua condanna.

I giudici della Corte d’assise di Bergamo hanno rigettato la richiesta dei difensori di Massimo Bossetti di aver accesso ai reperti del processo conclusosi con la condanna all’ergastolo del muratore di Mapello per l’omicidio della tredicenne Yara Gambirasio. I difensori non potranno nemmeno effettuarne la ricognizione.

La difesa aveva avanzato l’istanza in vista di una possibile revisione della sentenza. La Procura orobica si era opposta alla richiesta.

I giudici della Corte d’assise di Bergamo, rigettando le richieste della difesa di Massimo Bossetti, hanno disposto, come chiesto in aula dal procuratore Antonio Chiappani, la trasmissione degli atti alla Procura di Venezia per le «opportune valutazioni». Il magistrato, il 19 maggio, aveva denunciato presunte scorrettezze dei difensori (nei mesi scorsi era stato presentato un esposto contro i pm orobici) e sarà ora compito dei magistrati veneziani, competenti a indagare sui colleghi del distretto di Corte d’appello di Brescia, valutare eventuali ipotesi di reato ai loro danni.

«La cosa che voglio stigmatizzare, che non avevo detto prima per rispetto della Corte, è una richiesta di trasmissione degli atti dalla Procura di Bergamo alla Procura di Venezia in quanto gli avvocati avrebbero calunniato la Procura stessa. Quindi un ennesimo tentativo di imbavagliare, di zittire la difesa molto grave che a questo punto vedrà anche la difesa passare al contrattacco» ha dichiarato Claudio Salvagni, legale di Massimo Bossetti, dopo che la Corte D’Assise di Bergamo ha rigettato la possibilità di analizzare i reperti del caso Yara, dichiarazioni sono state fatte nella trasmissione «Iceberg» in onda giovedì sera su Telelombardia.

«La Procura di Bergamo ritiene che le nostre parole e i nostri scritti siano calunniosi - ha proseguito l’avvocato rispondendo alle domande del conduttore Marco Oliva -. Cioè noi avremmo accusato sapendo l’innocenza, avremmo accusato di reati la Procura di Bergamo. Noi siamo degli avvocati, scriviamo e parliamo in nome e per conto del nostro cliente, e adesso andiamo fino in fondo per vedere chi ha fatto cosa e dove sono le responsabilità».


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