Anghileri: «Anche una piccola impresa può produrre le competenze»
CAPITALE UMANO. Nella quinta videotip per Delta Index Tv la presidente dei Giovani Imprenditori di Confindustria spiega come una Pmi può formare i giovani che non trova sul mercato. Gli strumenti ci sono, ma prima serve un cambio di mentalità
Lettura 2 min.Una piccola impresa non ha un’academy. Non ha un ufficio formazione e spesso nemmeno un responsabile del personale a tempo pieno. Eppure il tessuto produttivo della Lombardia, come quello dell’Italia, è fatto soprattutto di aziende così. Ed è lì che migliaia di giovani entrano ogni anno nel mondo del lavoro.
Il problema di partenza è noto. Secondo il sistema informativo Excelsior di Unioncamere e ministero del Lavoro, nel 2025 quasi un’assunzione su due è stata di difficile reperimento. Una ricerca dei Giovani Imprenditori di Confindustria, citata da Maria Anghileri, indica nella difficoltà a trovare manodopera specializzata e collaboratori qualificati il primo ostacolo per il 57,9% delle imprese. E l’84,1% di chi non trova le competenze sul mercato ha reagito in casa: formazione diretta, collaborazioni con scuole, università e Its, gli Istituti tecnologici superiori.
Era il paradosso da cui la presidente nazionale dei Giovani Imprenditori era partita nella prima videotip per Delta Index Tv: le aziende non trovano le competenze, i giovani non trovano opportunità di qualità. Nella quinta pillola la domanda si fa concreta. Le grandi imprese hanno i mezzi per diventare produttrici di competenze. Ma una Pmi, una piccola e media impresa, come fa?
Non serve un’academy
Anghileri parte da un’ammissione: una Pmi «non riesce a realizzare un’academy come può fare un’impresa più strutturata». Ma non è quello il punto. Per formare i collaboratori, spiega, un’academy non è necessaria: «A volte basta un tirocinio ben fatto, un apprendistato, basta un collegamento con un Its e con una scuola».
Sono strumenti alla portata anche di un’azienda con pochi dipendenti. L’apprendistato unisce contratto di lavoro e formazione. Gli Its costruiscono i percorsi insieme alle imprese del territorio. E un tirocinio, se è «ben fatto», diventa il primo tratto di strada di un giovane in azienda, non un periodo di prova a basso costo. In tutti e tre i casi il giovane impara sui processi reali dell’azienda, accanto a chi quel lavoro lo fa già.
Una questione culturale
Gli strumenti, però, non bastano. Anghileri pensa che «il punto cruciale sia anche culturale»: l’imprenditore «deve capire che la spesa in formazione non è un costo, ma è un investimento sulla sua competitività».
È la frase che chiude la videotip ed è quella che pesa di più. Nell’intervista integrale all’Osservatorio Delta Index la presidente l’aveva spinta oltre, rispondendo all’obiezione più comune. Se un’impresa dice «non formo il giovane, altrimenti se ne va», aveva spiegato, ha «una visione un po’ miope».
Per la Generazione Z la formazione non è un benefit accessorio. È uno dei motivi per cui sceglie un’azienda e uno dei motivi per cui decide di restarci. Già nella prima videotip Anghileri aveva messo la formazione accanto alla crescita e al salario, tra le cose che un’azienda deve offrire per trattenere un giovane. Nel modello dell’Osservatorio Delta Index è il pilastro Formare, quello che collega l’ingresso di un giovane alla sua permanenza. Una piccola impresa che sa raccontare cosa insegnerà a chi entra ha già un argomento in più per farsi scegliere.
Per approfondire il tema del rapporto tra aziende e Generazione Z: Osservatorio Delta Index e Skillherz
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