La Lombardia attira tanti giovani e poi li cede all’estero
CAPITALE UMANO. Dal 2011 il saldo dei giovani è positivo di 114.490 unità, ma chi parte per l’estero ha studiato più a lungo. Per molti il territorio è uno scalo, non una destinazione. E il serbatoio si assottiglia
Lettura 2 min.Sulla fuga dei giovani la Lombardia ha due primati opposti, e il senso si capisce solo leggendoli insieme. Il primo: secondo l’elaborazione del Cnel su dati Istat, è la regione con più cancellazioni anagrafiche verso l’estero nel 2024 nella fascia 18-34 anni, quasi 15mila. Ed è prima anche per incidenza di laureati sul totale di chi parte. Chi se ne va da qui, in media, ha studiato più a lungo. Il secondo: fra il 2011 e il 2024 il saldo complessivo dei giovani è positivo di 114.490 unità. È il risultato di due flussi contrari, 191.621 arrivi dalle altre regioni italiane e 77.131 partenze verso l’estero. Nello stesso periodo l’Emilia-Romagna guadagna 81.794 giovani, mentre la Campania ne perde 196.347 e la Sicilia 163.482.
La lettura per luogo di nascita scioglie l’apparente contraddizione. Attribuendo le partenze alla regione in cui la persona è nata, e non a quella da cui si cancella, le cancellazioni imputate al Nord scendono da 307mila a 224mila e la Lombardia cede due punti di quota a Campania, Puglia e Sicilia. Significa che una parte di chi parte da Bergamo, Como, Lecco o Sondrio non è cresciuto qui: è arrivato per studiare o per un primo impiego, e poi ha proseguito. C’è poi una distinzione che conta più del numero assoluto. Chi lascia l’Italia non è un campione qualsiasi della propria generazione: fra chi emigra i laureati sono il 40%, contro il 19% dei coetanei rimasti, e il rapporto fra uscite e rientri calcolato dal Cnel è di 14,5 partenze per ogni ritorno. Sul territorio la stessa selezione si legge nei dati richiamati dal Centro Studi Assolombarda: quasi 5.400 giovani laureati espatriati dalla Lombardia nel solo 2024. Non è un problema di quante persone se ne vanno, è un problema di quali. Il flusso interno che oggi tiene il bilancio in attivo, del resto, non è una rendita garantita. Lo stesso Centro Studi segnala che la vera criticità lombarda è il tasso di partecipazione al lavoro, sceso al 71,7% nel 2025: duecentesimo posto in Europa, oltre dieci punti sotto i migliori benchmark tedeschi. Nemmeno Milano, che guida la regione con il 75,1%, raggiunge il valore mediano continentale del 76,7%. E per solo effetto demografico, nei prossimi dieci anni la Lombardia perderà quasi 300mila persone in età da lavoro, con un freno stimato attorno al mezzo punto di prodotto interno lordo all’anno. Le regioni che oggi riforniscono il Nord si stanno svuotando a loro volta: il serbatoio da cui arrivano i 191mila ingressi non è infinito.
È il punto in cui il dato smette di essere demografia e diventa una questione aziendale. La Lombardia non ha un problema di attrazione: attrae più di qualunque altra regione italiana. Ha un problema di seconda tappa. I giovani arrivano, e una quota consistente usa il territorio come scalo invece che come destinazione. Per un’impresa la conseguenza è disastrosa. Finché il saldo resta positivo, sostituire chi se ne va sembra un’operazione gestibile: si riapre la ricerca e si assume qualcuno arrivato da un’altra regione. È il ragionamento che ha funzionato per quindici anni ed è esattamente quello che le proiezioni sulla popolazione in età da lavoro rendono sempre meno praticabile. Trattenere smette di essere una questione di clima aziendale e diventa una condizione di continuità operativa.
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