Una moda virtuosa
inizia dal proprio armadio

Riparare, riordinare, ricucire: sono azioni che nel significato più ampio e simbolico si applicano ad ogni aspetto della vita e delle relazioni, ma che si usano spesso per parlare di abiti. Nell’ultimo anno la pandemia ha spinto le persone ad assumere un atteggiamento più attento, meno consumistico. La nuova tendenza, da Marie Kondo in poi, è il «decluttering», eliminare il superfluo, tenere con sé solo i capi «essenziali» che corrispondono alle proprie caratteristiche ed esigenze.

Lo spiega Giulia Torelli ne «La nuova te inizia dall’armadio» (Vallardi), offrendo consigli per una riorganizzazione radicale, che prevede come primo passo un’attenta riflessione su materiali, colori, tagli, e sulle decisioni di acquisto. Suggerisce infine comportamenti virtuosi nello «smaltimento» di ciò che non serve più, per immetterlo nei circuiti del riutilizzo e della solidarietà.

Anche Orsola de Castro, stilista e fondatrice di «Fashion Revolution», si concentra sulla scelta di allungare la vita ai propri indumenti evitando di indossarli soltanto per una stagione: il suo manuale «I vestiti che ami vivono a lungo» (Corbaccio) offre alcune coordinate di riferimento per definire la propria identità costruendo un look adeguato alla propria personalità e allo stesso tempo comprendere come le scelte individuali (come riparare un abito invece di buttarlo) influiscono sugli equilibri collettivi. Dario Casalini nel saggio «Vestire buono, pulito e giusto. Per tornare a una moda sostenibile» (Slow Food) evidenzia rischi e conseguenze della «fast fashion», la moda (troppo) veloce, e offre qualche indicazione per compiere scelte «buone» anche a partire dal guardaroba.

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