Oscar Mazzoleni: «Il vaccino ci ha permesso di tornare a vivere dopo tanto dolore»

Il titolare del ristorante «Carroponte» favorevole al vaccino anti Covid: «È grazie alla scienza se siamo tornati a vivere».

Oscar Mazzoleni: «Il vaccino ci ha permesso di tornare a vivere dopo tanto dolore»
Oscar Mazzoleni, titolare del ristorante «Carroponte»

«Ricordo i tempi del lockdown: chiuso in casa, era così strano non essere tra i tavoli del mio ristorante, in mezzo ai clienti, tra le mie bottiglie. Ho ripreso possesso della casa, di una serata sul divano, di un film in televisione ma mi mancava il contatto con la gente: il vaccino ha permesso di tornare a vederci, per condividere una cena, nuovi sapori. Ci ha permesso di tornare a brindare dopo tanto dolore». Oscar Mazzoleni è il titolare del «Carroponte», ristorante di Bergamo, ma soprattutto è un personaggio conosciuto nel suo settore, noto per la sua competenza enologica. Maître, sommelier, la sua è una delle cantine migliori d’Italia e lui, dal 2017, è pure Chevalier de l’Ordre des Coteaux de Champagne, ambita onorificenza che viene attribuita nel mondo alle figure più competenti di champagne.

Quando si è vaccinato?

«A giugno, all’hub di Dalmine, senza alcun tentennamento».

Avrebbe dovuto?

«No, perché credo fermamente che ognuno debba fare il proprio mestiere e se la comunità scientifica lavora, studia, analizza dati, fa ricerca e afferma con chiarezza che bisogna vaccinarsi, i cittadini devono ascoltare la Scienza e seguire le indicazioni mediche che vengono date. Qui non tratta di dubbi, ipotesi, fake news: si tratta di studiosi che stanno lavorando per il bene della comunità».

Lei è famoso proprio per la sua schiettezza.

«Ripeto, è questione di competenza. Ognuno fa il suo mestiere: io non sono un medico e vado dal dottore se ho bisogno di una cura. Se il medico viene nel mio ristorante e vuole un buon vino, quello glielo consiglio io, perché questo è il mio mestiere. Può piacergli oppure no, ma sono io che sono in grado di spiegargli quella bottiglia nei minimi dettagli».

Quindi è pronto per la terza dose?

«Assolutamente».

Con il vaccino e la riduzione dei casi, è ripartita anche la ristorazione. La pandemia ha pesato fortemente sulla vostra attività. Il green pass è il nuovo biglietto da visita per accedere ai locali, come va?

«Facciamo subito una distinzione: da una parte c’è quello che dice la comunità scientifica che non discuto e che rispetto; da una parte le decisioni politiche che metto in pratica ma che spesso non condivido. Il vaccino è un nostro dovere sociale nel rispetto della salute della comunità, non solo di ciascuno di noi, ma allora perché devo essere vaccinato – o tamponato – per andare al ristorante e non per fare la spesa al supermercato o pagare un bollettino postale?».

Cosa propone?

«Un green pass che serva per tutto, perché la sicurezza sia garantita anche, per esempio, in fila alla cassa».

Come vanno i controlli del certificato nel suo locale?

«Capita di tutto e devo ammettere che fare questi controlli richiede tempo ed energia, attività da sommare al lavoro in sala: c’è chi è sereno, mostra il pass e si siede a tavola, chi telefona per sapere se lo vogliamo e quando rispondiamo affermativamente non riserva il tavolo; c’è chi arriva al locale e poi non ha il pass e quindi cancelliamo la prenotazione. E poi c’è chi fa il furbetto».

In che senso?

«Mi è capitato di controllare un green pass a una persona ci cui conoscevo il nome, ma quando mi ha mostrato il documento, il pass aveva un’anagrafica diversa. Gliel’ho fatto notare e mi ha risposto che non avrebbe avuto importanza: non ho accettato la prenotazione. Il problema però è che non è così facile individuare chi si comporta in questa maniera e trovo questi atteggiamenti scorretti e irrispettosi. Nei confronti di chi sta lavorando e rischia pure la sanzione e la chiusura, verso gli altri clienti che seguono le regole, di quello che abbiamo visto e vissuto a Bergamo e che non potremo mai dimenticare».

Poco dopo la fine del lockdown lei ha perso sua madre.

«Era malata da molto tempo, aveva un tumore ai polmoni, e l’emergenza Covid non ha permesso che continuasse a ricevere le cure come un tempo. Non era più possibile portarla in ospedale con la stessa frequenza di prima, aveva bisogno di trasfusioni ma la sanità bergamasca era in ginocchio e trasferirla con il Covid in ospedale sarebbe stato rischiosissimo. La sua è una morte non per Covid, ma a causa del Covid e non dimenticherò facilmente cosa significava in quei giorni accaparrarsi le bombole di ossigeno che abitualmente la sua malattia richiedeva. Sono state dure settimane e mi ricordo i viaggi verso casa sua per assisterla: le strade deserte, solo le ambulanze in giro. Ogni tanto passavo dal ristorante per verificare che fosse tutto in ordine, con le celle del vino accese: le bottiglie che per me sono vive, vitali, ma in quei giorni erano inanimate. C’era un immobilismo feroce, sconcertante. È per questo che ho iniziato a fare delle dirette online, dal mio canale Instagram: dei flash mob enologici con decine di sommelier collegati da tutta Italia, un centinaio di video che hanno avuto migliaia di visualizzazioni».

Ora il lavoro è ripartito, è soddisfatto?

«Mi sento sempre e comunque fortunato e se noi ristoratori stiamo lavorando è ancora grazie a quei medici che ci chiedono di vaccinarci. No dimentichiamoci che se la gente sta meglio, riprende a vivere. A muoversi, a viaggiare. Riprende ad andare al ristorante. Il vaccino non ha conseguenze solo sulla salute perché ci protegge dal virus del Covid, ma ha risvolti economici, sociali, emotivi. Ecco perché dobbiamo vaccinarsi: se il green passe servisse per tutto e per tutti, aumenterebbero le persone che si vaccinano e non saremmo nuovamente a parlare di zone gialle o rosse, di Natale a rischio».

È preoccupato?

«Ho fiducia nella Sanità, nella coscienza civile. Ho fiducia che la gente capisca che c’è un bene comune. Che c’è di mezzo la sopravvivenza».

Le persone attorno a lei sono vaccinate?

«Il mio staff è tutto vaccinato: conosceva la ma posizione, ma non c’è stata alcuna pressione da parte mia. Credo che l’esperienza della chiusura, il bisogno di ripartire in sicurezza ci abbia reso tutti molto consapevoli. E dirò di più: siamo vaccinati e appena qualcuno di noi ha un malessere, anche solo un lieve raffreddore, comunque ci controlliamo con il tampone. Non possiamo permetterci di scherzare con la salute».

È un insegnamento anche questo del Covid.

«Sicuramente. E questo virus ci dovrebbe aver insegnato che siamo una comunità che ha sofferto, che è stata flagellata. Ma che siamo una comunità che sa rialzarsi e che deve farlo insieme. Ecco perché non esiste la “mia” libertà o la “tua” libertà: esiste un dovere condiviso che è proteggersi per proteggere gli altri, per tornare a relazionarci, a vivere in mezzo agli altri. Noi vogliamo lavorare e poter divertirci, tornare a essere un po’ più spensierati. Il lockdown è stato mentalmente davvero faticoso».

A cosa pensava?

«Al locale, alla mia famiglia, a come sostenere i miei dipendenti: ho fatto il possibile per supportarli, ho anticipato la cassa integrazione. La pandemia ci ha davvero messo in ginocchio e non tutti i locali bergamaschi sono sopravvissuti. Dobbiamo rispettare le regole anche per chi non ha retto la crisi e non ha più riaperto. Un nuovo lockdown è improponibile, non possiamo più permettercelo. Credo nel senso di responsabilità di ciascuno».

Leggi le ragioni per dire sì di Alberto Mantovani, presidente della Fondazione Humanitas per la Ricerca.

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