
Bergamo senza confini / Bergamo Città
Domenica 31 Agosto 2025
«A Londra aiuto le start-up tecnologiche a crescere»
LA STORIA. Nella City con una laurea alla Bocconi e la specializzazione alla Copenaghen Business School. I primi passi di Andrea Madaschi nel non profit in Tanzania e negli Stati Uniti.

È iniziata vent’anni fa l’esperienza all’estero di Andrea Madaschi, e da allora non si è più fermato. Originario di Cene, 39 anni, dal novembre 2018 si è trasferito a Londra ed è responsabile finanziario per un acceleratore e fondo di investimento in start-up tecnologiche. «Dopo essermi laureato in Economia dei mercati e delle Istituzioni finanziarie all’Università Bocconi di Milano nel 2008 – racconta –, mi sono trasferito in Danimarca per conseguire la laurea specialistica in Finance and strategic management alla Copenaghen Business School. Il periodo danese è stato fondamentale per la mia crescita personale e culturale: è stata la prima volta in cui ho vissuto all’estero, ho avuto modo di conoscere nuove culture e di confrontarmi con persone provenienti da contesti internazionali. In quegli anni ho anche partecipato a uno scambio culturale che mi ha portato a studiare sei mesi in Brasile e a vivere tre mesi in Spagna. Terminati gli studi, sono tornato in Italia per concludere il mio percorso accademico e ho avviato la mia carriera nel settore assicurativo».
Non-profit in Tanzania
«Con il tempo ho compreso però che il desiderio di un’esperienza internazionale era ancora forte, così come la volontà di entrare in un ambito che mi aveva sempre attratto: il non-profit. Nel 2014 mi sono quindi trasferito in Tanzania, dove ho svolto attività di volontariato in una scuola a Monduli, villaggio vicino ad Arusha, nel nord del Paese. Lì ho ricoperto il ruolo di coordinatore delle attività atletiche ed extrascolastiche e ho insegnato un corso di “imprenditoria”. Sono rimasto in Tanzania fino a giugno 2015».

Successivamente il trasferimento negli Stati Uniti, a San Francisco. «Lì ho lavorato per un’organizzazione non-profit chiamata Kiva Microfunds – prosegue il 39enne –, attiva nel settore del microcredito a livello globale. Facevo parte del team Usa, lavorando a stretto contatto con piccoli imprenditori americani in cerca di microprestiti per avviare o sostenere le loro attività. Anche questo è stato un periodo di grande crescita professionale, durato circa un anno e mezzo, fino al mio ritorno in Italia nel giugno 2017. Sono poi ritornato per un breve periodo in Tanzania, mentre nel 2018 è iniziato il mio capitolo nel Regno Unito, a Londra».
Le start-up tecnologiche
Qui decide di abbandonare il settore non-profit per buttarsi in quello delle start-up tecnologiche, dove lavora tuttora. «Dopo questa esperienza, ho deciso che il mio percorso nel settore non-profit aveva raggiunto una sua naturale conclusione. Dopo circa sette-otto anni in questo ambito, ho scelto di orientarmi verso un settore che mi ha sempre ugualmente appassionato: quello delle start-up tecnologiche. Quando mi sono trasferito a Londra, la mia intenzione iniziale era di restare almeno cinque anni. Alla fine di quel periodo avrei valutato la situazione per decidere se prolungare la permanenza, tornare in Italia o intraprendere un’altra strada. Adesso sono a metà del secondo ciclo: ho completato i primi cinque anni, ho scelto di rimanere e sto per entrare nel settimo anno». «L’obiettivo principale era dare una svolta alla mia carriera, compiere passi concreti per crescere professionalmente e accedere a ruoli manageriali o dirigenziali – racconta –. Non è stato facile, perché Londra è un ambiente estremamente competitivo. È vero che offre molte opportunità e un mercato del lavoro dinamico, ma proprio per questo richiede impegno costante per trovare lavoro, mantenere la propria posizione e progredire. Detto ciò, posso dire con sincerità che lo sforzo è stato ripagato».
Londra, ambiente competitivo
Londra, una metropoli immensa orientata al lavoro. «Mi dà l’impressione di essere in una sorta di punto d’incontro tra la mentalità lavorativa europea – sottolinea – e quella americana. Non è estrema come può essere a New York o negli Stati Uniti in generale, ma è più intensa e dinamica rispetto a molti Paesi europei, Italia compresa, soprattutto per quanto riguarda l’ambiente professionale. Le differenze rispetto a casa sono sostanziali e piuttosto marcate. Va detto, però, che io vivo a Londra, una città che rappresenta quasi un mondo a sé rispetto al resto dell’Inghilterra e del Regno Unito. La differenza principale riguarda l’attitudine verso il lavoro: Londra è fortemente orientata alla sfera professionale, che occupa un ruolo centrale nella vita quotidiana. È spesso il primo argomento di conversazione quando si conoscono nuove persone ed è anche uno dei modi principali per socializzare».

«Parlando di cibo invece, considero la cucina italiana imbattibile. Tuttavia, uno dei grandi vantaggi di vivere qui è l’accesso ad una varietà praticamente infinita di cucine provenienti da tutto il mondo. Vorrei anche sfatare un mito diffuso in Italia (almeno secondo me): quello secondo cui il cibo inglese sarebbe cattivo. Devo dire sinceramente che a me non dispiace affatto. È vero che molti piatti tradizionali inglesi sono piuttosto pesanti, fritti o comunque molto sostanziosi, ma ce ne sono alcuni che trovo davvero deliziosi. Oltre al classico fish and chips, adoro altri piatti tipici. Manca sicuramente la diversità e profondità della cucina italiana ma andare al pub la domenica per una birra (qui sono tante e buonissime) e un “sunday roast” è una delle mie esperienze preferite».
«Amo molto i pub: sono accoglienti, informali e strutturati in modo tale che potresti tranquillamente passarci l’intero pomeriggio. È molto comune vedere gli inglesi trascorrere ore al pub, spesso bevendo diverse birre»
«Amo molto i pub: sono accoglienti, informali e strutturati in modo tale che potresti tranquillamente passarci l’intero pomeriggio. È molto comune vedere gli inglesi trascorrere ore al pub, spesso bevendo diverse birre. Per quanto riguarda la vita sociale, Londra è davvero immensa, e questo influisce sulle abitudini quotidiane. Socializzare può essere più complicato, anche solo per motivi logistici: gli amici possono vivere a grande distanza l’uno dall’altro. Personalmente, ho amici – anche bergamaschi – che vivono dall’altra parte della città, e per raggiungerli mi serve quasi un’ora o più, come se da Bergamo si andasse a trovare un amico a Verona».
Il rientro in Italia? Non è nei miei piani
Il rientro in Italia non è al momento tra i piani del 39enne. «È sicuramente un tema su cui rifletto molto e su cui probabilmente continuerò a pensare. L’Italia, oltre a essere il mio paese d’origine, è – a mio avviso – uno dei posti più belli al mondo, se non “il” posto più bello al mondo, con una qualità della vita altissima. Durante i miei viaggi non ho mai incontrato un paese che riuscisse a unire un clima stupendo, una cultura e storia incredibile, una cucina buonissima ed estremamente varia, e una conformazione geografica in cui in due ore di strada si può passare dalle montagne (anche qui tra le più belle al mondo) al mare. Detto questo, attualmente mi trovo molto bene a Londra. Mi sono ambientato, apprezzo la cultura locale e mi sento a mio agio. Ho costruito amicizie con persone del posto, e mi trovo bene sia con il loro approccio alla socialità che con le attività quotidiane».
Bergamo senza confini
Essere più vicini ai bergamaschi che vivono all’estero e raccogliere le loro esperienze in giro per il mondo: è per questo che è nato il progetto «Bergamo senza confini» promosso da «L’Eco di Bergamo» in collaborazione con la Fondazione della comunità bergamasca onlus. Per chi lo desidera è possibile ricevere gratuitamente per un anno l’edizione digitale del giornale e raccontare la propria storia. Per aderire scrivete a: [email protected].
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