Bergamo senza confini / Bergamo Città
Domenica 18 Gennaio 2026
L’impiego in banca e l’amore per le note. «Eterno Réségù» conquista Monaco
LA STORIA. Lucio Mosè Benaglia, classe 1960, nato a Valbrembo, si è trasferito in Germania per la Banca Popolare. Diventa musicista e compone in dialetto bergamasco.
C’è un suono, una sinfonia antica che non muore, che resiste all’asfalto di Monaco, alla neve delle Alpi Bavaresi e al frastuono di una vita spesa tra note e numeri. È il suono di casa, il suono della lingua madre che, per Lucio Mosè Benaglia, bergamasco di Valbrembo trapiantato in Baviera da oltre trent’anni, si è fatto di recente mottetto classico, composto sul testo di una propria poesia e cantato da un coro tedesco. È l’ultima, sorprendente, declinazione dell’amore per la sua terra, concretizzata in «Eterno Réségù», una composizione in dialetto bergamasco che ha debuttato con successo in una chiesa del capoluogo bavarese, dimostrando che il legame con la propria terra non conosce frontiere.
Dipendente della Banca Popolare
La sua è una storia di doppia fedeltà e di destini incrociati, un’esistenza costruita sull’altalena costante tra due poli: le note che vibrano nell’anima e le banconote che ne hanno garantito il viaggio. Nato a Bergamo nel 1960 e vissuto a Valbrembo fino all’età di 33 anni, Benaglia ha seguito un percorso duale, tipico di una generazione pragmatica ma segretamente romantica, abituata a bilanciare la concretezza del lavoro con la ricerca della bellezza artistica. «Per un lungo periodo nella mia vita hanno convissuto due passioni diverse: quelle per le note (la mia passione musicale che poi si è trasformata in professione vera e propria) e per le banconote (il mio lavoro in banca che mi ha portato all’estero)» racconta Benaglia, che ha iniziato la sua carriera professionale nel 1980 come dipendente della storica Banca Popolare di Bergamo.
La musica sempre al centro
Un’esperienza formativa cruciale, che lo ha messo in contatto con la serietà e il rigore necessari per affrontare i mercati internazionali. La sua formazione, seppur avviata con il diploma all’Istituto tecnico commerciale di Ponte San Pietro, si è subito intrecciata con la musica, in un equilibrio che sembrava impossibile tra la razionalità dei bilanci e l’emozione delle armonie. Parallelamente al lavoro in banca, ha iniziato gli studi musicali da privatista, diplomandosi in pianoforte presso l’Istituto musicale Gaetano Donizetti di Bergamo nel 2001. Fin da bambino l’impulso era chiaro, ascoltando il suono dell’organo durante le liturgie in cui era lì sull’altare come chierichetto. E poi la passione per il canto corale, nata ascoltando la corale del paese e coltivata anche grazie la partecipazione ai corsi diocesani diretti dall’infaticabile e indimenticabile monsignor Egidio Corbetta.
A Monaco di Baviera
A portarlo a Monaco di Baviera nel 1993 è stata proprio l’altra carriera, quella bancaria, iniziata prima in diverse filiali del territorio bergamasco (Almenno, Calusco, Ponte San Pietro), poi continuata in sede a Bergamo per occuparsi di un settore allora in grande sviluppo come quello dei titoli e delle gestioni patrimoniali e proseguita infine con il trasferimento alla filiale di Monaco di Baviera. Ma a Monaco, città di grande tradizione culturale e musicale, ha trovato il terreno fertile per far germogliare definitivamente la sua prima passione. «Mi sono ritrovato in una città ricca di una grandissima tradizione musicale: ho deciso così di cantare in un coro, di studiare organo e composizione, seguendo l’impulso che avevo fin da bambino», spiega Benaglia. In Germania, la passione è diventata professione: è oggi organista della comunità cattolica italiana del capoluogo bavarese nonché autore di composizioni musicali regolarmente eseguite, non solo in Baviera.
Ha saputo unire l’approccio rigoroso della cultura tedesca con l’estro melodico italiano, in un continuo e fertile intreccio culturale. La distanza, in questo gioco di specchi tra la concretezza bergamasca e il rigore bavarese, ha avuto un effetto inatteso e potentissimo: ha acuito il senso di appartenenza, trasformando il dialetto da lingua quotidiana a reliquia emotiva, fonte di ispirazione e radice artistica.«Qui a Monaco vivo costantemente diviso tra l’uso dell’italiano e del tedesco, a seconda delle situazioni e delle mie attività. Ma la vera lingua intima e indivisa che mi rimane dopo trentanni di vita qui in Germania è il mio dialetto bergamasco. È la radice. È il suono di casa, il profumo della mia giovinezza», confida il musicista, rivelando quanto profondo sia il bisogno di custodire l’identità in un mondo cosmopolita.
Il legame con il dialetto
Questo legame si è manifestato in modo ancora più toccante e profondo durante l’emergenza del Covid-19 del 2020. In quel periodo Benaglia ha composto alcuni brani ispirati alla sua patria orobica. Oggi invece è il Resegone, il monte iconico che veglia sulla Bergamasca, a diventare protagonista della sua ultima creazione. Il mottetto «Eterno Réségù» è nato, letteralmente, da una poesia in dialetto che Benaglia aveva scritto nel 2022 e che ha poi musicato, trasformando l’immagine della montagna in un inno sacro.«Il mio desiderio è quello di fare da ponte tra due culture che amo tantissimo. La cultura bergamasca che è pragmatica, concreta, ma che sa essere anche poetica e la cultura tedesca che è rigorosa e precisa, ma che sa anche essere romantica», afferma. Un’aspirazione alla sintesi che si riflette nella sua vita e nella sua arte, cercando un punto di equilibrio fra i due mondi.
«Un ponte tra Donizetti e Bach»
L’occasione della prima esecuzione del mottetto è stata un concerto multilingue tenutosi in una chiesa di Monaco, dedicato al tema complesso e universale della migrazione, un contesto che ha reso il brano in bergamasco un simbolo potente di homecoming. Il brano, eseguito dal coro tedesco è piaciuto molto al pubblico, dimostrando come la musica e la poesia riescano a superare la barriera linguistica. La sua composizione, cantata e sottotitolata in bergamasco, si posiziona come una delle pochissime in questo stile ad arricchire il patrimonio digitale della lingua locale, portando il dialetto bergamasco nelle aule della musica classica europea. La sua opera, come spiega lui stesso, affonda le radici nella tradizione. Il mottetto è un brano polifonico corale che si ispira a forme musicali antiche, qui reinterpretate in chiave moderna. «Ho cercato di creare un linguaggio musicale che fosse un ponte tra Donizetti e Bach», conclude Benaglia, evidenziando la sua continua ricerca di armonia tra le diverse influenze culturali e musicali che lo attraversano. E se l’esperienza di vita all’estero lo ha arricchito professionalmente – e gli ha permesso di creare una famiglia (oggi ha tre figli, Matteo, Marco e Marina) –, portandolo a livelli di competenza rari, essa porta con sé anche le sue insicurezze. Benaglia esprime, infatti, la preoccupazione di chi vive tra due mondi in un’epoca di crescenti tensioni: «Spero solo di non dover rivivere l’esperienza terribile vissuta dal musicista italo-tedesco Ferruccio Busoni, prima stimato e osannato in Germania e in Italia e poi, allo scoppio della prima guerra mondiale, odiato dagli italiani come tedesco e dai tedeschi come italiano. Fu costretto così a rifugiarsi in Svizzera».
Bergamo senza confini
Essere più vicini ai bergamaschi che vivono all’estero e raccogliere le loro esperienze in giro per il mondo: è per questo che è nato il progetto «Bergamo senza confini» promosso da «L’Eco di Bergamo» in collaborazione con la Fondazione della comunità bergamasca onlus. Per chi lo desidera è possibile ricevere gratuitamente per un anno l’edizione digitale del giornale e raccontare la propria storia. Per aderire scrivete a: [email protected].
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