«Londra mi ha regalato il sogno della danza da professionista»

LA STORIA. Rossana Losa, le collaborazioni con grandi artisti, le performance alla Saatchi Gallery e in Europa. Poi un nuovo lavoro e le promesse nuziali in Città Alta.

Un palcoscenico non è solo un quadrato di assi di legno su cui danzare; a volte, è l’intera vita che si svolge su una metropoli oceanica, e il vero spettacolo è il corpo che si adatta, che si piega e si rialza. Per Rossana Losa, bergamasca classe 1991, Londra non è stata una vacanza studio, ma la tela su cui dipingere la versione adulta di sé stessa. La sua storia è l’epopea di chi ha barattato la passione più grande - la danza - con la necessità della certezza economica, scoprendo che la vera arte è la resilienza, un mestiere che si pratica ogni giorno tra il balletto classico e la gestione globale dei franchisees di un’azienda di moda di lusso.

La partenza nel 2010

Rossana è partita nell’estate del 2010, subito dopo aver conseguito la maturità al liceo linguistico S.B. Capitanio. Lasciava la realtà «piccola e protetta» di Bergamo per la metropoli, con un sogno limpido e totalizzante: Londra. La madre, ricorda Rossana, «ogni tanto lo menziona il giorno in cui dissi: mamma allora io a settembre vado a Londra». Nonostante il liceo le avesse fornito le basi, l’impatto fu forte. L’inglese scolastico non bastava per la frenesia e la grandezza della metropoli, dove per orientarsi gli internet point erano i suoi migliori amici, tanto da aver stampato «una miriade di mappe». Fondamentale fu l’aiuto di una connazionale e amica, Betty, che la indirizzò verso la Btec e l’ammissione al Conservatorio.

Il primo impatto con Londra

Lì, in quel crogiolo di accenti e culture, si consumò il battesimo della solitudine linguistica. Una delle prime uscite con i nuovi amici fu a un ristorante messicano: «Quattro accenti ben distinti. Non ho capito una parola per tutto il pranzo». La situazione si sbloccò con una risata liberatoria: a fine pranzo una compagna, Dacia, la guardò e le disse: «You are sooo quiet!», e Rossana scoppiò a ridere. Quello, finalmente, lo aveva capito. Il suo percorso di studi non fu convenzionale: una laurea in danza, un triennio intensivo incentrato su Classica, contemporanea, repertori vari e Composizione, ma anche lezioni teoriche fondamentali come Anatomia, Videografia e vari studi culturali sui movimenti artistici.

«Sono molto orgogliosa di essere Italiana e guai a chi me la tocca. La difendo anche quando è indifendibile»

La laurea e i primi progetti

Un’esperienza «bellissima», che culminò in due cerimonie di laurea: quella ufficiale, con toga e cappello, nella cattedrale di Canterbury, riconosciuta dall’University of Kent, e quella più intima, nel teatro della scuola, l’unica in cui si esibì davanti ai suoi familiari dopo quattro anni. Di quel momento ricorda con particolare affetto un pezzo «divertentissimo da ballare, una delle musiche era una tarantella, molto allegra e gioiosa che mi faceva stare bene». Dopo la laurea, il palcoscenico si allargò al mondo della freelance, con progetti a Bruxelles e in Germania, e collaborazioni a Londra con artisti del calibro di Crystal Pite, Richard Alston, e installazioni presso gallerie come la Saatchi Gallery. Ma il mondo della danza, come spesso accade, si rivelò un universo brutale e precario.

«Odiavo le audizioni»

«La verità è che era una realtà molto difficile per me quella della freelance e quella delle audizioni. Le audizioni le odiavo» dice. Il peso del «non sapere» e dell’incertezza la destabilizzava e il desiderio di una sicurezza economica e professionale si fece prioritario. Nonostante avesse dedicato «tutto il possibile e di più per farlo funzionare», capì che la strada dell’artista freelance non era la sua. La svolta fu una questione di mente, un atto di volontà tipico della sua tempra bergamasca: «Così piano piano cambiai mentalità e mi dissi che qualunque cosa avessi fatto, l’avrei fatta benissimo e ci avrei messo tutta la mia testa».

Il cambio di vita

Iniziò così il capitolo commerciale, che definisce un lavoro che «mi piace» ma non può essere paragonato alla «passione» incondizionata. La vera passione, quella totalizzante, è rimasta la danza, l’arte, il teatro. «Penso che dopo aver provato la passione della danza, non posso attribuire la parola passione a nessun altro lavoro». Oggi, dopo sette anni trascorsi a lavorare in un’azienda di resort di lusso (Orlebar Brown azienda di lusso resort uomo che fa parte della maison Chanel), visitando luoghi straordinari, Rossana si occupa di distribuzione e franchisees a livello globale per un’azienda di moda (Mulberry, azienda sempre inglese che si occupa principalmente di pelletteria e accessori). È un ruolo che richiede non solo logica, ma una profonda capacità di tessere relazioni umane: «Gran parte del mio ruolo consiste nel creare connessioni autentiche e costruire fiducia». Una competenza che, forse, ha imparato tanto sui palcoscenici quanto negli anni in cui ha dovuto imparare a decifrare quattro accenti distinti a un tavolo. A settembre 2025 ha «festeggiato» esattamente quindici anni a Londra, la città che l’ha accolta ragazza e le ha restituito una donna fatta e finita.

Il matrimonio a Bergamo

È lì che ha incontrato il marito, Mark, irlandese di Dublino, in un pub a una festa di amici. Hanno costruito il loro mondo e la loro famiglia: «Sono sposata, ho un marito e una bimba, Allegra». Il loro legame con Bergamo è cementato dalla loro storia personale: Mark ha fatto la proposta di matrimonio in Porta San Giacomo, e si sono sposati proprio a Bergamo nel 2022, in Città Alta. Il desiderio di Rossana è che la figlia cresca con solide radici italiane: «Per me è essenziale che Allegra si senta parte di questo lato del mondo, che parli italiano e che si leghi alla mia famiglia e ai miei amici». Il marito è altrettanto legato all’Irlanda, quindi si dividono i ritorni tra i due paesi. A proposito di viaggi, Rossana aggiunge che Allegra, a un anno, detiene già il record di voli presi.

La vita inglese

Londra per lei è una «realtà a sé». È «una città molto resiliente, si piega difficilmente, è creativa, cosmopolita ma più di tutto è una città estremamente stimolante». Ma è anche esigente: «Londra ha la capacità di piegarti brutalmente ma ha anche la capacità opposta, ovvero quella di rialzarti in piedi più forte di prima. Se le dai un po’ di fiducia, ti ripaga sempre. È magica». L’unico neo, forse, è quel carattere che definisce «clinico», quasi «asettico», un tratto in netto contrasto con l’Italia «mediterranea, viva, calda». E ciò che le manca dell’Italia, è un intero modo di vivere: «Mi manca la sua bellezza, la sua arte, il suo mare, le montagne, i laghi. La vita non sempre cosi frenetica, il calore, la serietà e la semplicità delle cose. La realtà delle piccole imprese, i piccoli negozietti, le realtà artigianali». E, soprattutto, un tratto del carattere che a Londra deve essere costantemente mediato: «Il linguaggio diretto: trovo che gli inglesi, pur di non smuovere le acque, fanno i salti mortali».

L’orgoglio per le sue origini è incrollabile: «Sono molto orgogliosa di essere Italiana e guai a chi me la tocca. La difendo anche quando è indifendibile ma non si sputa mai nel piatto dove si è mangiato, giusto?». Il futuro, in questa vita costruita tra un volo Linate-Gatwick e l’altro, resta un orizzonte aperto, sebbene per ora Londra funzioni come un ponte perfetto tra l’Italia e l’Irlanda. «A me piacerebbe esplorare un’altra grande città adesso che abbiamo ancora le energie, ogni tanto ne parliamo». Lei e il marito sono entrambi dinamici con il lavoro e se «un’opportunità si apre o si presenta, facciamo le valigie».

Bergamo senza confini

Essere più vicini ai bergamaschi che vivono all’estero e raccogliere le loro esperienze in giro per il mondo: è per questo che è nato il progetto «Bergamo senza confini» promosso da «L’Eco di Bergamo» in collaborazione con la Fondazione della comunità bergamasca onlus. Per chi lo desidera è possibile ricevere gratuitamente per un anno l’edizione digitale del giornale e raccontare la propria storia. Per aderire scrivete a: [email protected].

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