Rientro al lavoro, la denuncia: «Alcune aziende discriminano i volontari del soccorso»

Rientro al lavoro, la denuncia: «Alcune aziende discriminano i volontari del soccorso»

Con l’azienda chiusa per lockdown, hanno potuto dedicare più tempo al volontariato. Un volontariato prezioso, decisivo, perché loro sono i volontari del 118, in servizio nelle varie «croci».

Ora che la fase due si sta concretizzando, però, per alcuni si profila un problema: pur potendo tornare al lavoro, un ostacolo si sta mettendo di mezzo. Diverse aziende chiedono ai dipendenti che hanno fatto volontariato sulle ambulanze di restare a casa ancora per diversi giorni. Perché? Perché in diversi protocolli è previsto che i datori di lavoro sottopongano ai dipendenti un’autocertificazione in cui si attesti di non aver avuto stretti contatti con persone affette da Covid-19 nei 15 giorni precedenti al ritorno in azienda.

«Cosa a me impossibile per via del servizio che svolgo», segnala un volontario della Croce Bianca. Non è il solo. «Nel momento in cui mi è stato sottoposta l’autocertificazione, sono stato io stesso a far presente il mio servizio di volontariato, e dunque i contatti – racconta –. La mancata compilazione dell’autocertificazione o l’indicazione di essere entrati in contatto con pazienti positivi impedisce il ritorno al lavoro, benché tutti noi abbiamo operato nel pieno rispetto delle norme di sicurezza, utilizzando adeguati dispositivi di protezione». «A me è stato suggerito di mettermi in malattia – prosegue il racconto –. Ad altre persone che conosco, è stato “simpaticamente” chiesto di non far più turni in ambulanza».

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