(Foto di Bassanelli)
MATERIE CRITICHE. Con il regolamento europeo, rinnovato l’interesse verso i giacimenti delle valli: «Essenziali per la transizione digitale». In provincia presenti aziende con la competenza adatta.
Fluorite, piombo, zinco e uranio. Sono queste le materie critiche più interessanti presenti nei giacimenti della Bergamasca su cui l’Unione europea e il ministero dell’Ambiente italiano, attraverso l’Ispra (l’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale), stanno facendo verifiche.
In realtà, il censimento dei minerali presenti sul territorio nazionale è un progetto più ampio, che muove dall’approvazione del «Critical raw materials act» nel maggio 2024, un regolamento europeo che riconosce la necessità, per l’Ue, di aumentare la propria indipendenza dall’approvvigionamento di materiali sempre più necessari, sia dal punto di vista energetico che tecnologico. Sono le cosiddette, terre rare, ma non solo. «Se prendiamo la fluorite, quello è il minerale con cui si fa l’acido fluoritico, che è uno dei componenti base delle batterie», spiega Daniele Spizzichino, membro del consiglio scientifico di Ispra che per l’Istituto si sta proprio occupando di mappare, non tanto i giacimenti minerari, quanto piuttosto tutti quei depositi di scarti, eredità di un’industria italiana quasi totalmente dismessa, che «oggi va ripensata in ottica di economia circolare» sottolinea Spizzichino. Che aggiunge: «In questi rifiuti potrebbero essere presenti minerali che al tempo no interessavano a nessuno e che oggi sono i minerali principali della transizione digitale e ambientale. Se pensiamo alla sola fluorite, alla fine degli anni Novanta, quando le miniere sono state dismesse, il suo prezzo era di 50 dollari a tonnellata, oggi oscilla fra i 500 e 600 dollari a tonnellata». Ma non sono gli unici numeri che Spizzichino fornisce: «A livello nazionale parliamo di 150 milioni di metri cubi di scarti minerari che potrebbero essere economicamente sfruttabili».
Non solo, Fiorenzo Fumanti, responsabile della struttura Gestione sostenibile delle georisorse in Ispra, ricorda che spesso vicino a questi materiali si sviluppano anche le cosiddette «terre rare». «Per esempio gaglio e germanio si trovano accompagnati allo zinco e sono minerali che servono tantissimo per tutta la parte elettronica», sottolinea Fumanti che per l’istituto sta curando la mappatura dei giacimenti, ovvero di quelle miniere nuove o chiuse che possono - potenzialmente - tornare attive. «In Italia abbiamo avuto circa 3mila miniere dal 1870 in poi, attualmente ne sopravvivono una settantina, quasi tutte e cielo aperto - spiega Fumanti -. Il Bergamasco è uno dei mondi del piombo zinco con la zona di Gorno che attualmente è una delle più importanti d’Italia e poi c’è l’Uranio a Novazza (frazione di Valgoglio, ndr)».
La provincia si riscopre quindi ricca di potenzialità, da Dossena in Val Brembana a Gorno e Premolo con le miniere di blenda, galena e calamina, fino all’area mineraria Ronchellini a Oneta, per ora tutte interessate da questa mappatura. Il Critical material act europeo, però, non chiede solo ai vari Paesi di conoscere e censire l’esistente, ma impone delle tappe serrate entro il 2030: almeno il 10% di produzione interna e il 25% di riciclo e aggiorna l’elenco dei minerali attenzionati. Nella lista dei materiali più richiesti la fluorite c’è. L’Europa la importa da Cina (27%), Sudafrica (25%) e Messico (24%). Ci sono anche il gallio, prodotto solo da Russia e Usa, e il germanio, di cui la Cina è il massimo esportatore (72%).
La Bergamasca avrebbe la forza di riattivare la sua vecchia industria mineraria nel momento in cui l’operazione sarebbe economicamente sostenibile? Ilario Negroni è convinto di sì. Negroni è l’ex titolare della Tecme Italia con sede a Valgoglio, azienda che dagli anni cinquanta opera in ambito minerario, aperta dal padre e ora guidata dal figlio Nicola Negroni con il socio Federico Re. «Le multinazionali fanno da capofila in questo settore, perché servono tante risorse economiche e i tempi sono lunghi, ma quando si tratta di scavare ed estrarre devono per forza parlare con chi il territorio lo conosce e come abbiamo già fatto anche qui a Valgoglio» spiega Negroni, che quella miniera di uranio la vede ogni giorno dalla finestra di casa sua. «Abbiamo già scavato lì dentro e posato il binario. Non c’è molto, circa 8 grammi di uranio a tonnellata, ma salendo verso Piateda (in provincia di Sondrio, ndr) la concentrazione aumenta», conclude Negroni.
Già operativa nell’ambito dell’estrazione mineraria è anche la Edilmac di Gorle. Anche in questo caso si tratta di una realtà che vanta 60 anni di storia ed esperienza nel settore, riconosciuta anche all’estero, come spiega il titolare Matteo Maccabelli: «Attualmente stiamo lavorando in Cile, in un giacimento di rame, in Spagna dove stiamo collaborando all’apertura di una nuova miniera e in Grecia, per l’estrazione dell’oro, ma riceviamo continuamente nuove richieste per aprire miniere a livello mondiale». Contemporaneamente la Edilmac, circa 140 dipendenti in Italia, è impegnata anche nella più famosa miniera di fluorite d’Italia, ovvero quella di Silius in Sardegna dove «stiamo costruendo gli impianti di lavorazione» conferma Maccabelli, che aggiunge: «A Gorno abbiamo gestito la ricerca dal 2015 per conto di Vedra Metals, società del gruppo australiano Altamin».
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