Anarchici già isolati, questo non è terrorismo

ITALIA. Il tema della sicurezza, sinora legato prevalentemente a borseggi, scippi, furti, si è imbarbarito in queste ultime settimane con le violenze di piazza.

Gruppi di facinorosi approfittano delle più svariate manifestazioni di protesta per sferrare attacchi alle forze dell’ordine e mettere a ferro e fuoco interi quartieri cittadini. La ricomparsa di giovani incappucciati che brandiscono (per il momento) «solo» armi improprie come martelli, fumogeni e pietre ha comprensibilmente suscitato un forte allarme. Ci mancava solo che, da ultimo, venissero collocati ordigni sui binari ferroviari per far compiere un salto di qualità al senso di insicurezza. Si è cominciato a temere la ricomparsa del terrorismo. Il ministro dell’Interno Piantedosi ha evocato il fantasma dei sanguinosi anni di piombo, ma «formidabili» per i nostalgici di quella stagione. Apriti cielo. L’opposizione ha gridato allo scandalo: il governo - ha accusato con forza - solleva ad arte dei pericoli immaginari per speculare sulla paura.

Allora, il Paese fu investito da una sorta di strisciante guerra civile, che vide campeggiare il terrorismo delle varie formazioni di sinistra - la più nota è quella delle Brigate Rosse - e sul fronte opposto la cosiddetta «strategia della tensione» di marca neofascista

La questione è seria. Va sottratta perciò alla disputa interessata delle forze politiche, ormai accesamente impegnate nella campagna elettorale per il voto dell’anno prossimo. Pur senza voler sottovalutare il pericolo di un riproporsi di forme di terrorismo, non si deve però confondere il diverso configurarsi della violenza degli anni Settanta con la situazione attuale. Allora, il Paese fu investito da una sorta di strisciante guerra civile, che vide campeggiare il terrorismo delle varie formazioni di sinistra - la più nota è quella delle Brigate Rosse - e sul fronte opposto la cosiddetta «strategia della tensione» di marca neofascista. Il protagonismo di forze interessate alla destabilizzazione della democrazia si reggeva sul supporto di una crisi di sistema: fine dello straordinario ciclo di sviluppo economico seguito alla Seconda guerra mondiale, costo del petrolio alle stelle, inflazione, tramonto di grandi gruppi economici, instabilità governativa, con sullo sfondo un’esplosione della lotta di classe.

Oggi, chi punta alla sovversione non può più far conto sul consenso di una vasta classe operaia in lotta contro i padroni. Può far leva solo su un vasto e disarticolato malcontento di una massa di perdenti della globalizzazione, che non ha né una saldatura sociale né una forte identità politica, capace di far sentire la spinta di una lotta ingaggiata per gli ideali di una causa comune.

È proprio quello che fornì agli eversori di cinquant’anni fa il credo marxista, allora egemone, di varia matrice, vuoi dei movimenti di liberazione nazionale del terzo mondo, vuoi della rivoluzione culturale in atto nella Repubblica popolare cinese, vuoi della contestazione studentesca e operaia di mezzo mondo, vuoi infine della protesta contro gli Stati Uniti impelagatisi nell’impopolare guerra in Vietnam. Il pesce - sentenziava Mao Tse Tong - ha bisogno dell’acqua in cui nuotare. È quello che per nostra fortuna manca agli anarchici, ai Black Bloc, agli eversori visti in azione a Torino e a Milano in queste settimane. Non trovano solidarietà nemmeno tra i manifestanti nelle cui file si inseriscono.

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