Cara Bergamo, poi rinascerai
Bergamo deserta (Foto by Beppe Bedolis)

Cara Bergamo,
poi rinascerai

Una pugnalata le immagini degli autocarri militari carichi di bare che percorrono di notte le strade deserte di Bergamo per andare nei forni crematori di altre città e consegnare alle fiamme e alla memoria quei poveri corpi. La città con il più alto numero di vittime per coronavirus piange i suoi morti al suono ininterrotto delle campane.

Il forno crematorio funziona 24 ore su 24 ma non riesce a fronteggiare l’emergenza: così nella notte di mercoledì 18 marzo, mezzi dell’Esercito portano una sessantina di bare ai forni crematori di altri comuni. La mia Bergamo stremata e tramortita. Ho vissuto per trent’anni in una splendida città, lavorando al glorioso quotidiano cattolico «L’Eco di Bergamo» di cui gli ultimi dieci come caporedattore. L’unico quotidiano cattolico o di area sopravvissuto, con «Avvenire», di una trentina di testate nate in Italia nell’Otto-Novecento. Tra essi il glorioso «Il Momento» di Torino.

Per tentare di capire il calvario della «Città dei Mille» e della sua magnifica e laboriosa gente, sempre più spesso – prima a monosillabi, poi a voce bassa, ora a pieni polmoni - si cita un evento, meraviglioso per la città e per gli atalantini: a San Siro, la sera del 19 febbraio, nella partita di Champions League, l’Atalanta sommerge il Valencia 4-1: sugli spalti 45 mila bergamaschi che urlano e festeggiano la «Dea», come chiamano la squadra del cuore.

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