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ITALIA. Il Consiglio dei ministri si riunisce nella giornata di martedì 10 marzo a Palazzo Chigi con un punto all’ordine del giorno che sa di déjà-vu della nostra perenne emergenza: le accise mobili della benzina.
È il tentativo, quasi disperato, di disinnescare una bomba a tempo mondiale il cui ticchettio sta sotto i piedi degli automobilisti italiani ogni volta che il Medio Oriente s’infiamma, dai tempi della crisi del Kippur. Il problema è che mentre il governo discute di parametri, medie bimestrali e algoritmi burocratici, la realtà si è già mossa. Il prezzo del greggio sale per la guerra in Iran, e nei distributori italiani i cartelli vengono aggiornati in tempo reale. È il fenomeno che gli economisti americani chiamano «rockets and feathers», razzi e piume. I prezzi alla pompa salgono come un razzo non appena scoppia una crisi geopolitica, ma scendono con la lentezza esasperante di una piuma quando le acque si calmano. Perché accade? Perché le grandi compagnie energetiche non sono enti di beneficenza: giocano d’anticipo, proteggono i margini futuri, incassano oggi il rincaro di una materia prima che hanno acquistato mesi fa a prezzi inferiori. È speculazione? In parte sì. È realpolitik finanziaria? Certamente. Ma è soprattutto il sintomo di un mercato globale dove l’asimmetria è la regola, non l’eccezione.
Le «accise mobili» dovrebbero essere lo scudo protettivo: se il prezzo sale troppo, lo Stato dovrebbe rinunciare a una fetta del suo guadagno extra per calmierare il mercato.
Tuttavia, il vero scandalo, quello che noi europei - e noi italiani in particolare - tendiamo a rimuovere per non guardare in faccia il nostro fallimento sistemico, è che lo Stato è il primo, cinico beneficiario di questo meccanismo. In Italia, su un litro di benzina, le tasse pesano per il 58%. Siamo i campioni d’Europa del prelievo fiscale sul diesel, secondi solo ai Paesi Bassi sulla benzina. Ogni volta che il prezzo sale, il gettito dell’Iva aumenta proporzionalmente. Lo Stato è un socio occulto che, mentre piange lacrime di coccodrillo per il caro-vita, incassa il dividendo delle nostre sventure energetiche. Le «accise mobili» dovrebbero essere lo scudo protettivo: se il prezzo sale troppo, lo Stato dovrebbe rinunciare a una fetta del suo guadagno extra per calmierare il mercato. Il problema è che le regole attuali prevedono che il taglio scatti solo se la media dei prezzi degli ultimi due mesi supera quella dell’anno precedente. Se subiamo un trauma improvviso, un «oil choc» dovuto a un conflitto bellico nel Golfo, lo Stato interviene quando ormai il danno è fatto. Interviene quando le famiglie hanno già svuotato i portafogli e le imprese hanno già scaricato i costi logistici sui prezzi al consumo, alimentando quella fiammata inflattiva che erode i risparmi.
C’è un’ipocrisia di fondo che attraversa l’Atlantico e arriva fino alle nostre coste. La presidente Meloni e il suo governo, che dai banchi dell’opposizione tuonavano contro le accise definendole un «furto di Stato», oggi si scontrano con la dura realtà dei conti pubblici e dei vincoli di bilancio. Non possono rinunciare a quei miliardi di gettito senza aprire una voragine nei conti. E allora cosa fanno? Mandano la Guardia di Finanza a controllare i distributori. È la solita ricerca del capro espiatorio, un esercizio di distrazione di massa che serve a coprire l’impotenza della politica nazionale di fronte ai giganti dell’energia e alle dinamiche di un mercato globale che non può rispondere agli ordini del giorno di un Consiglio dei ministri.
Siamo prigionieri di una doppia morsa. Da un lato, la nostra dipendenza energetica cronica: abbiamo delegato per decenni la nostra sicurezza a regimi instabili e autoritari, e ora ne paghiamo il «pizzo geopolitico». Dall’altro, una transizione ecologica che, pur necessaria, viene spesso gestita in modo ideologico, usata come pretesto per mantenere tasse altissime sui combustibili fossili sotto l’ombrello del «disincentivo».
Mentre a Wall Street si osserva con estrema preoccupazione l’escalation iraniana, a Roma ci si affida a un decreto per correggere i parametri di un’automazione che non automatizza nulla. Se il governo vuole davvero essere credibile e non solo performativo, deve smettere di dare la colpa all’ultimo anello della catena, il benzinaio sotto casa, e affrontare il nodo strutturale: un carico fiscale che rende l’Italia strutturalmente vulnerabile a ogni soffio di vento che arriva da Teheran, Riad o Mosca. Le accise mobili restano un cerotto su una ferita profonda. Un misero cerotto che richiede, invece, una terapia d’urto sulla nostra sovranità energetica e certamente una politica fiscale da quella che ha attraversato la prima e la seconda repubblica.
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