Compromessi difficili pensando alle Europee

LA PREMIER. Conferenza stampa sterminata (tre ore abbondanti) per Giorgia Meloni all’inizio d’anno dopo un doppio rinvio per ragioni di salute.

Come sempre in queste occasioni, gli argomenti trattati sono mille e il rischio che ci si concentri sugli ultimi fatti di cronaca è alto. Così si è parlato del «caso Pozzolo», il deputato di FdI la cui arma ha ferito un giovane durante il cenone di Capodanno: «Irresponsabile, sarà deferito ai probi viri del partito e sospeso», ha detto Meloni, o dello scandalo degli appalti Anas che coinvolge un figlio di Denis Verdini, fratello della compagna di Salvini («Matteo non è chiamato in causa, non deve rispondere in Parlamento, la richiesta dell’opposizione è infondata»). Allo stesso tempo, vogliono il loro spazio anche le previsioni, per esempio le candidature alle elezioni europee di giugno: Meloni si candiderà? Lei non esclude nessuna ipotesi, «ci sto pensando» anche se sa benissimo che, una volta eletta, dovrebbe subito dimettersi in quanto presidente del Consiglio. Eppure proprio quella candidatura sarebbe la chiave per consolidare gli equilibri nella maggioranza e, dal suo punto di vista, la possibilità di frenare la concorrenza che proprio Salvini le fa ogni giorno cavalcando temi prossimi alla narrazione elettorale della destra: riaffermare una indiscutibile leadership sua personale e di partito chiarirebbe una volta per tutte chi sta al timone (anche se poi da soli non si governa). Comunque, la candidatura è un’ipotesi.

Come si capisce, molto della conferenza stampa ruota proprio intorno all’Europa. Tema generalissimo: Meloni come voterà per la prossima Commissione? Popolari, socialisti e liberali confermeranno alla presidenza, come ormai è quasi sicuro, Ursula von der Leyen, e l’Italia del centrodestra che farà? Meloni non può negarsi la possibilità che ha di contare qualche cosa nella prossima Commissione ma nemmeno può dire, senza pagare dazio, che unirà il suo voto a quello dei socialisti («Mai») mentre Salvini stringe patti con le destre europee. E così la premier declassa l’eventuale appoggio a von der Leyen ad un fatto puramente «governativo», non politico, quasi tecnico mentre altra storia sarebbero gli accordi politici in Parlamento dove a sua volta non esclude un rapporto, per esempio, con Marine Le Pen. Quindi sarebbe un’Italia a due facce: con la maggioranza Ursula in Commissione e con Le Pen in Parlamento: difficile non aspettarsi un’accusa di doppiezza. Simile difficoltà nello spiegare le decisioni sul Mes: il no alla ratifica non sarebbe una ritorsione per il Patto di stabilità che l’Italia ha firmato con molti maldipancia, ma una libera decisione del Parlamento cui il Governo «si è rimesso». Anche in questo caso si tratta di una spiegazione tattica: il Parlamento ha votato come la maggioranza di centrodestra ha deciso, quindi come la Meloni ha deciso dopo l’impuntatura di Salvini sul «no». La premier nega che l’Italia pagherà un prezzo a questo rifiuto («Nessuno ha detto a Chirac “ve la faremo pagare” quando la Francia affondò la Costituzione europea”: vero, ma l’Italia non ha il potere della Francia) ma sa benissimo che il rischio c’è, e riguarda proprio la composizione della futura Commissione (nell’attuale noi abbiamo una poltrona di serie A, gli Affari economici, con Gentiloni), motivo in più per sostenere la ricandidatura di von der Leyen.

Ultimo punto, la classe dirigente di FdI sulla cui adeguatezza i giornalisti hanno insistito a più riprese: la durezza su Pozzolo non significa che Meloni si appresti a cacciare chiunque riceva un avviso di garanzia («giudichiamo a valle del percorso giudiziario») ma ammette che non tutti quelli che le stanno attorno «sentono nella giusta misura il peso della responsabilità» di un partito che è arrivato al 30% dei voti e a Palazzo Chigi soprattutto grazie a lei. Lei che non è disposta ad accettare compromessi e che, ripete ancora una volta, «non è ricattabile» da chi vorrebbe condurre il gioco da dietro le quinte. Non spiega oltre, non fa nomi, ma chiarisce che «piuttosto che farsi condizionare andrebbe a casa».

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