(Foto di EPA/FILIPPO ATTILI)
MONDO. Nessuno, è quasi inutile sottolinearlo, vuole sottovalutare l’importanza del rapporto tra Europa e Africa, e nemmeno sottostimare l’originalità dell’approccio del Piano Mattei, che si rivolge a quattordici Paesi africani (tra cui colossi come Egitto, Algeria, Kenya…) con un atteggiamento sganciato dalla vecchia logica donatore-recettore.
Però… Il fatto è che da ogni parte da molti mesi si mette l’accento sulla necessità di rilanciare la competitività in Europa, obiettivo considerato prioritario. Che siano personaggi di prestigio come Mario Draghi ed Enrico Letta, o Paesi sempre più preoccupati per il futuro del continente e dell’Unione (come quelli che hanno aderito al manifesto Meloni-Merz), il tema dell’anno è quello. Al punto che persino il presidente del Consiglio europeo, Antonio Costa, ha sentito la necessità di convocare un pre-vertice dedicato, di nuovo, alle spinte necessarie per dare nuovo impulso al sistema Europa.
Cosa c’entra Giorgia Meloni e con l’Africa? Per partecipare al vertice dell’Unione Africana in Etiopia, la nostra premier non si è fatta vedere all’annuale Conferenza sulla sicurezza di Monaco di Baviera. Ed è la seconda volta consecutiva. Passi la prima, anche se nemmeno un anno fa il tema della sicurezza era secondario. Ma quest’anno? Non c’è politico in Europa che non ripeta che economia (quindi competitività) e difesa (quindi sicurezza), oggi più che mai, sono legate. Basta osservare il «caso Germania», l’ex gigante dell’economia che oggi ripone sui piani di riarmo e sulle industrie del settore difesa gran parte delle speranze di rinascita industriale. Insomma: che si tratti di economia della difesa o di difesa dell’economia, a Monaco sarebbe stato bello esserci.
Rubio: «La sicurezza… non è solo una serie di questioni tecniche: quanto spendiamo, dove impieghiamo i mezzi, come li impieghiamo… Sono domande importanti ma non sono quella fondamentale. Che è: che cosa stiamo difendendo, esattamente?»
Non abbiamo dubbi che la relazione con l’Africa, per un Paese mediterraneo come il nostro, sia di grande importanza. Ma a parità di importanza, l’urgenza era a Monaco, non ad Addis Abeba. Al punto che sorge un dubbio maligno: non è che Meloni abbia scelto l’Africa perché meno impegnativa di una discussione internazionale, Usa presenti, sulla sicurezza? E qui ci viene in mente il discorso di Marco Rubio, segretario di Stato Usa, proprio a Monaco. Rubio ha detto: «La sicurezza… non è solo una serie di questioni tecniche: quanto spendiamo, dove impieghiamo i mezzi, come li impieghiamo… Sono domande importanti ma non sono quella fondamentale. Che è: che cosa stiamo difendendo, esattamente?».
E proprio qui sta il punto. Tutto questo gran riarmo di cui si parla, in che senso va? Da Addis Abeba, Meloni si è detta in disaccordo con il cancelliere Merz, che ha parlato di una frattura tra Europa e Usa e proclamato la fine del vecchio ordine mondiale. Merz, che certo non è antiamericano, sembra arrovellarsi su un fatto che Meloni (e anche il ministro degli Esteri Tajani, per restare al Governo) sembrano respingere per principio: gli Usa vogliono un’Europa forte militarmente ma debole politicamente.
Un’Europa che sia capace di bloccare la Russia ma non di fare concorrenza alle industrie americane. In poche parole: parlare di un’Europa forte e autonoma ma in perfetto allineamento con gli Usa è una contraddizione in termini. La politica trumpiana sui dazi e sulla Groenlandia dovrebbe avercelo fatto capire. E comunque non si tratta di Trump: prima di lui ce lo avevano spiegato sia Obama sia Biden, finché, visto che facevamo gli gnorri, è saltato in aria il gasdotto Nord Stream, l’emblema di quell’autonomia politico-economica che era fumo negli occhi per gli Stati Uniti.
Finché ci sarà Trump il dilemma è questo: vogliamo un’Europa alleata degli Usa o vogliamo un’Europa sviluppata e indipendente? Meloni sembra schierarsi con la prima ipotesi, ovvero con la situazione attuale. Compriamo il Gnl Usa al triplo del prezzo, facciamo i buoni per pagare meno dazi, compriamo le armi americane per poterle regalare alla resistenza ucraina, ci pigliamo a schiaffi da soli con i dazi sui pacchetti in arrivo dalla Cina mentre Trump con la Cina tratta su ogni cosa, compreso TikTok. L’Europa forte è un’altra cosa. È possibile, poi, che qualcuno speri che passato Trump finisca la buriana. Ma davvero crediamo che il prossimo presidente Usa, se anche fosse un democratico, restituirebbe al Venezuela il suo petrolio, farebbe ricostruire il Nord Stream e ci regalerebbe le armi?
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