Crisi energetica e nuova Europa

L’Europa unita è nata sulle rovine provocate dalla Seconda guerra mondiale come Comunità del Carbone e dell’Acciaio. Adesso nel XXI secolo può rinnovarsi, o chissà rifondarsi, stringendo - dopo quello sulle energie rinnovabili - un accordo comunitario sul gas e sul petrolio, respingendo così indirettamente al mittente gli orrori del conflitto in Ucraina. Ma, a differenza di quanto avvenuto qualche mese fa con i vaccini anti-Covid, trovare un’intesa fra i Ventisette è terribilmente complicato, poiché si stanno mettendo le mani ben dentro alla cassa col tesoro.

In numerosi Stati Ue, il vero prezzo di acquisto dell’«oro blu» è uno dei segreti meglio custoditi dai governi. Una delle giustificazioni addotte è che con tali modalità si difende la competitività dei «sistemi Paese».

Invero, le cosiddette «guerre del gas», combattute nel 2006 e 2009 da Russia e Ucraina, posero già in evidenza l’estrema volatilità di questo mercato o, per dirla in altro modo, emerse la presenza di forti attori speculativi. Allora vennero a mancare meno del 5% delle forniture, o giù di lì, sul totale e ne successero di tutti i colori. Ma la comunità internazionale non imparò la lezione, anzi!

Quindi, nessuna sorpresa su quanto sta avvenendo oggi, se non la presa d’atto che è morto e sepolto il modello di sviluppo impostato sull’importazione a basso costo di materie prime dalla Russia, che incassava - nello schema originario definito negli anni Novanta - copiosi capitali con l’obiettivo di ricostruire il Paese dopo il disastro sovietico e di mettere solide fondamenta per la neo-democrazia moscovita.

Il risultato finale di questo fallimento è che l’importazione di energia dall’estero, anche a causa della speculazione interna non bloccata adeguatamente, costerà in futuro di più al consumatore europeo, ma - per piacere! - non si può soltanto vivere di logiche di mercato soprattutto davanti a certe tragedie.

Serve, però, agire in maniera intelligente e, se si può, coordinata con gli altri membri Ue. Per prima cosa diciamo che, tutto sommato, l’Italia - una volta tanto - è stata brava, riducendo in un incredibile breve lasso di tempo la propria dipendenza dalla Gazprom da quasi il 40% degli approvvigionamenti di gas a poco più del 7%.

Secondo: è cruciale comprendere al più presto che l’azione diplomatica all’interno dei Ventisette di porre un tetto al prezzo degli acquisti di metano e petrolio dalla Russia non ha sortito finora gli effetti desiderati (se mai lo si farà questo tetto!) e che l’idea corretta di comprare tutti insieme l’energia fossile necessaria (come si fece coi vaccini) incontra ostacoli eretti dai soliti noti. Stesso discorso per i «cuscini» per aziende e privati per attutire l’aumento esponenziale del costo della bolletta con la fuga a sorpresa in avanti di Berlino.

La non volontà tedesca di coordinarsi coi partners Ue per concordare misure comuni (appunto tetto al prezzo del gas, cuscino anti-prezzi) e addirittura parlare da soli con la Cina va letta come un esempio di scarsa leadership del neo-cancelliere Scholz. I tempi della Merkel, è bene farsene una ragione, sono finiti.

A questo punto, creare delle alleanze dinamiche con gli altri membri Ue di peso - ad esempio: Francia, Spagna e Polonia - su questioni centrali è la risposta migliore allo scenario che va prospettandosi. Ma attenzione: nessuno vieta di sognare di creare una nuova Europa, capace di dare risposte migliori alle necessità della sua popolazione e delle sue imprese. Solo così si possono battere certi egoismi nazionali che, chissà perché, vedono l’Italia spesso penalizzata

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