Crisi di sistema, ansie tedesche

MONDO. A Berlino erano 100mila, a Colonia 70mila e a Monaco hanno dovuto sospendere le manifestazioni per motivi di sicurezza.

La risposta ai vaneggiamenti nazisti di AfD, il partito di estrema destra ormai a quasi il 30%, è unanime. La democrazia tedesca è viva ma protestare non basta. Il vero problema è l’incapacità della classe dirigente tedesca a fronteggiare la crisi strutturale della Germania. Il disagio si manifesta attraverso gli scioperi che attraversano il Paese. Scendono in piazza i ferrovieri, i contadini, gli addetti al pubblico impiego. Settori che soffrono di ritardi soprattutto negli investimenti. I treni in Germania hanno regolarmente ritardo ed il servizio è inadeguato, l’agricoltura vive la difficoltà di dover riconvertire la produzione in termini ecologicamente sostenibili, la pubblica amministrazione è lenta per l’inadeguata digitalizzazione.

Questa conversione verso il partito di estrema destra nasce essenzialmente dalla sfiducia verso la politica. La parola chiave è incompetenza ed è paradossale in un Paese che ha vantato fino ad ieri il primato nell’economia in Europa. L’idea di sbancare i mercati con il gas a basso prezzo è il peccato d’origine. Angela Merkel nel 2005 raccoglie i frutti dei tagli alla spesa sociale del predecessore socialdemocratico Schröder. La produzione cresce e l’economia ha bisogno di nuovi mercati di sbocco. Ed è qui che l’ingresso della Cina nel Wto (Organizzazione mondiale del commercio) nel 2001 spalanca le porte dell’immenso mercato cinese ai prodotti del Made in Germany. Un connubio perfetto: da una parte gas a prezzi stracciati, dall’altro un miliardo e mezzo di potenziali consumatori. Una pacchia che è durata 17 anni. Al punto da rendere l’intera economia tedesca dipendente da questi due fattori esterni. Un senso di onnipotenza prende la classe dirigente tedesca al punto di cercare di barare anche su suolo americano con dati fasulli sulle emissioni delle auto diesel. A Bruxelles avevano avuto vita facile ma agli americani tutta questa onnipresenza infastidisce.

Quando Putin fa saltare il tavolo, la prima richiesta di Washington è chiudere il gasdotto con la Russia. La Cina diventa avversario sistemico e i rapporti commerciali calano. La Germania è sola. Saltato il canale di approvvigionamento russo, diventano decisive le energie alternative. Per una transizione programmata ci vogliono strutture digitali efficienti, percorsi burocratici snelli, ricerca tecnologica avanzata nei nuovi prodotti. Volkswagen ha il 40% della sua produzione sul mercato cinese ma con veicoli a combustione. L’auto elettrica la lancia l’americana Tesla e i cinesi sono a tal punto avanti da invadere l’Europa con autoveicoli a batteria a basso prezzo. Lo stesso vale per i pannelli solari. L’emergenza preme e coordinare un piano d’azione con i prezzi dell’energia ancora alti dopo essere stati altissimi non è facile per nessuno ancor meno per i tedeschi che nella programmazione hanno il loro credo. Un errore che non si perdona e che ha portato milioni di elettori delusi alla protesta anti sistema.

La Germania condivide il malessere con altri Paesi. Trump vuole indebolire la Nato, la Gran Bretagna è uscita dall’Unione europea. La Polonia si divide in due e fa fatica a far propria l’alternanza al potere tipica di una democrazia matura. In Francia Marine Le Pen e il suo partito sono in testa nei sondaggi demoscopici.

Ma per la Germania è tutto diverso. All’economicismo fa seguito la nostalgia. Re-emigrazione è di nuovo conio e vuol dire riportare i cittadini con passaporto tedesco non completamente assimilati alle loro patrie d’origine. Vecchi fantasmi riappaiono. E con una storia come quella tedesca il rischio di trovarsi il mondo contro è dietro l’angolo. Da primi della classe a osservati speciali.

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